Fece un inchino e tirò innanzi.
Bianco come un cadavere, con le gambe che gli traballavano, Teofoli s’appoggiò allo stipite della porta, e aperse con mano tremante il biglietto sulla cui soprascritta aveva riconosciuto la calligrafia della contessa.
Poche parole. “Ieri avete certo pranzato male e digerito peggio. Una ragione di più perchè veniate oggi a desinare con noi alle sette. Non si accettano scuse di nessuna specie e il mio servo ha l’ordine di non star nemmeno ad aspettar la risposta. Arrivederci. Giorgina.„
In fondo, con queste poche righe la contessa Serlati non solo schivava ogni spiegazione immediata, ma non lasciava intravedere nessuna probabilità di spiegazioni future. Alle sfuriate di Teofoli ella dava incirca quel peso che suol darsi alle bizzarrie d’un bambino che si rabbonisce coi trastulli e coi dolci. Se il professore fosse stato davvero sollecito della propria dignità come pretendeva di essere, non avrebbe accettato l’invito. Ma egli era un innamorato e gli innamorati trovano sempre argomenti efficacissimi per giustificare la loro vigliaccheria. Prima ancora di fare i quindici o venti scalini che mettevano al suo quartierino, egli aveva vinti tutti i suoi dubbi, ribattute tutte le sue obbiezioni. Non andar dai Serlati sarebbe stata una sconvenienza senza nome, sarebbe stato anche un imperdonabile errore. Era precisamente coll’andarvi che si poteva presentar l’opportunità d’un colloquio intimo con la Giorgina, la quale del resto faceva prova d’una grande equanimità non prendendo in mala parte le parole risentite del professore, e continuando a trattarlo come un amico.
XI.
Fu una serata deliziosa, ma poco propizia ai colloqui intimi. A pranzo non erano che in quattro persone, i due padroni di casa, il professore Teofoli e un erudito francese, membro dell’Istituto, un Monsieur de la Rue Blanche, che la Giorgina aveva conosciuto a Parigi. La contessa fu amabilissima; presentò Teofoli all’accademico francese come uno dei pensatori più illustri d’Italia e nello stesso tempo come un intimo suo, accennò alla grande opera ch’egli aveva in lavoro, dolendosi solo che l’operosità del suo amico non fosse pari al suo ingegno e alla sua dottrina, e pronosticando a quell’opera, quando fosse compiuta, un successo colossale. Ne parlava con un calore scevro di affettazione, quasi d’una cosa in cui ella avesse parte, quasi d’una gloria che dovesse gettare un riflesso sopra di lei. E aveva realmente l’aria di persona appassionata pegli studi; non si sarebbe mai detto ch’ella era la medesima donna che rideva agli scherzi scipiti di Montalto e d’altri balordi simili. Teofoli e Monsieur de la Rue Blanche erano in estasi; soltanto Seriati frenava a stento gli sbadigli. Quando non si discorreva di cavalli e di cocottes egli sbadigliava sempre.
Monsieur de la Rue Blanche era un uomo di mezza età e di buon aspetto, e quantunque fosse un erudito era un uomo di spirito. Fu lui che portò pel primo nella conversazione una nota mondana chiedendo so fosse vero che Mister e Mistress Gilbert pei quali egli aveva una lettera di raccomandazione dovessero dare una gran festa da ballo.
— Sicuro! — rispose la Serlati. — Consegnerà la lettera e andrà alla festa anche lei.
— Parbleu! — esclamò Monsieur de la Rue Blanche confessando che andava pazzo per le feste da ballo, ciò che parve alquanto strano al nostro Teofoli.
— Però.... una festa in costume.... — notò timidamente il professore.