— Per carità, Teofoli, lasciamole in pace queste illustri signore. Beatrice una maestra di catechismo, Laura una smorfiosa, Vittoria Colonna una pedante.... La mia marchesa di Pompadour almeno è una donna, viziosa fin che vi piace, ma donna, piena di buon gusto, d’eleganza, di spirito.... E poi ella vestiva bene, e quest’è l’essenziale.... domandate l’opinione delle sarte sulle toilettes delle vostre tre dame.

In complesso Teofoli non osava dirlo, ma più che la scelta del costume lo infastidiva la scelta del cavaliere. Montalto? Sempre Montalto? Perchè la Giorgina aveva accordato un tanto favore a quello tra i suoi adoratori che gli dava più ombra?

Questa, pel professore, avrebbe dovuto essere un’ottima ragione per riconfermarsi nella sua prima e savissima idea di non andare dai Gilbert; ma in amore non vi sono ottime ragioni; vi sono degli istinti; vi sono, come direbbero gli avvocati, delle forze irresistibili che ci trascinano a fare precisamente il contrario di quello che sarebbe richiesto dalla nostra quiete e dal nostro decoro.

Nè ormai c’era alcuno che avesse presa sull’animo del buon Teofoli, che potesse trattenerlo sul pendìo sdrucciolevole nel quale egli era avviato. Non aveva altra persona di famiglia che una sorella maritata a Roma e con cui egli scambiava due lettere all’anno; sfuggiva gli amici e in particolar modo gli Ermansi, Frusti, Dalla Volpe, e quando non era all’Università, o nel suo studio, o dai Serlati, vedeva con qualche frequenza il solo Monsieur de la Rue Bianche, che, senza parlargli della contessa Giorgina, coltivava coi discorsi procaci le sue recenti disposizioni erotiche e gl’intronava la testa col mot de Danton: de l’audace, de l’audace et toujours de l’audace.

Si avvicinava intanto la sera del ballo e alla vigilia del memorabile avvenimento la signora Pasqua vide giungere a casa due paia di guanti gris perle, due paia di cravatte bianche e un abito nero completo. Quest’abito nero fu quello che l’impressionò di più, perchè il professore ne aveva uno, fatto da un anno in occasione d’una cerimonia scolastica, e tuttora in buonissime condizioni, tantochè egli se n’era servito anche nel corso dell’inverno per andare nelle sue società.

Dopo la scena che il lettore ricorda, le relazioni tra la signora Pasqua e il padrone erano quelle di due potenze che hanno richiamato gli ambasciatori senza venire a una aperta rottura. Del licenziamento non si parlava nè da una parte nè dall’altra; si dicevano soltanto le cose indispensabili, e si dicevano col minor numero di parole possibile.

Questa volta però la signora Pasqua non potè tacere.

— Scusi, — ella disse, — s’è dimenticato che ha un frac quasi nuovo?

— Non ho dimenticato nulla, — rispose il professore, — ma quel frac non va bene.

— Come? Non è più di moda?