— Basterà, basterà.... Ma creda pure che non parlo per interesse.... gli è che vorrei il suo bene.... perchè meriterebbe d’esser contento.... e mi fa una pena vedere invece....

— Via, via, — interruppe Teofoli, — vi ringrazio della vostra premura, ma siate pur certa che non ho niente e che piuttosto d’ingrassare son contento di divenir sottile come uno stecco.... In ogni caso il carnevale è agli sgoccioli, e presto finiranno anche questi grandi strapazzi.

— E, — domandò la signora Pasqua con una certa esitazione, — a quel ballo ci va proprio?

— Sì che ci vado.... O credete che andare a un ballo sia come andare alla guerra?

La signora Pasqua avrebbe aggiunto volentieri parecchie altre considerazioni, ma desiderava di non far terminare con un diverbio il primo colloquio amichevole che dopo un così lungo intervallo di musoneria ell’aveva col suo padrone, e uscì lentamente, borbottando: — Non son cose per lei.... Abbia pazienza, non son cose per lei.

Quantunque un po’ maravigliato della singolare tolleranza da lui usata in quell’occasione verso la sua donna di governo, il nostro amico era costretto a riconoscere che la signora Pasqua era animata dalle migliori intenzioni del mondo e ch’egli avrebbe trovato il suo tornaconto a seguire i consigli di lei piuttosto che quelli di chi si ostinava a distrarlo dai suoi studi e dalle sue abitudini. Ed era anche persuaso che la sua salute non fosse quella d’una volta, nè si guardava nello specchio senza riportarne un’impressione penosa. Il dimagrimento era il meno; aveva le guancie terree e fioscie, le labbra scolorite, gli occhi smorti; quell’aspetto insomma che rivela l’amore, ma non dice se si tratti d’un amore troppo felice, o troppo disgraziato. E poi non si sentiva bene; pativa di emicranie, di vertigini, di palpitazioni di cuore, di spossatezza; non si sarebbe più sognato, come un anno addietro, di camminare tre ore di fila. Messo sull’avviso dalle parole della signora Pasqua, egli avvertì, il giorno stesso della sua conversazione con lei, un’oppressione di respiro, un insolito abbassamento di voce, un uggioso tintinnio negli orecchi. Pur non volle consultare il medico nè correre il rischio di esser sottoposto a una cura, obbligato al riposo, impedito d’intervenire al ballo dei Gilbert. E l’intervenire a quel ballo era per lui un punto d’onore, il mancarvi gli sarebbe parso una diserzione, una pusillanimità; un darla vinta agli Ermansi, al Frusti, al Dalla Volpe, alla signora Pasqua, un offrirsi per bersaglio ai loro epigrammi. Ma questo non era il peggio. Il peggio era che gli sarebbe stato forza di rinunziare ad accompagnare la Serlati al buffet, di rinunziare a vederla in tutto lo splendore della sua bellezza e della sua eleganza. L’avrebbe vista invece con la fantasia, cinta dai suoi vagheggini, a braccio del suo Montalto, trascinata nel vortice delle danze, e la visione tormentatrice l’avrebbe fatto ammalar davvero. No, no, sin dopo la festa dei Gilbert egli non aveva il diritto di badare a’ suoi piccoli acciacchi.

XIII.

Quel sabato sera, l’ultimo sabato di carnovale, quantunque nevicasse fitto e tirasse un vento impetuoso che spegneva i lampioni alle cantonate, una folla tenuta indietro a fatica da due guardie municipali s’accalcava dinanzi al palazzo dei Gilbert. Quella gente venuta per curiosità non vedeva null’altro che le finestre illuminate del primo piano, e le carrozze che a una a una infilavano il portone e andavano a deporre il proprio carico a’ piedi della scala, nell’ampio cortile coperto di vetri e adorno di piante e di fiori. Ma gli sguardi profani non arrivavano fino all’ampio cortile, non penetravano nelle chiuse carrozze, e solo di tratto in tratto qualcheduno che conosceva il cocchiere, o i cavalli, o lo stemma, o il monogramma, susurrava al vicino un nome che correva poi per tutte le bocche. E ogni nome sonoro e ogni equipaggio di lusso provocava un bisbiglio lunghissimo, mentre i pochi fiacres che portavano alla festa gl’invitati di minor conto erano accolti da mormorii dispregiativi e da sghignazzate. Tanto fascino conservano, in quest’epoca di vantata democrazia, il blasone e la ricchezza! A quei poveri diavoli che irrigiditi e fradici fino all’ossa stavano lì esposti all’intemperie a godersi lo spettacolo del lusso altrui parevano degni di scherno i modesti borghesi che si recavano al signorile ritrovo senza carrozza propria e livrea.

Anche l’umile vettura che conduceva il nostro Teofoli destò l’ilarità petulante di alcuni monelli, uno dei quali, gran frequentatore della Corte d’Assise, gridò con voce stentorea: — Entra la Corte. — Non si sa se offeso o lusingato dal paragone, il magro ronzino mise un piede in fallo e fu a un pelo per cadere; le risate aumentarono, il fiaccheraio tirò tre o quattro moccoli, e il professore, abbassando il vetro della portiera e cacciando fuori la testa, domandò a due riprese: — Che c’è? Che c’è?

Il cocchiere non si curò di rispondergli, ma fatto far giudizio al cavallo con un paio di frustate entrò solennemente nell’atrio del palazzo.