Abbarbagliato dal fulgor dei lumi e dalla varietà dei colori, e intontito dal brulichìo della gente che saliva lo scalone insieme con lui, il celebre professore Teofoli si trovò, quasi senz’accorgersene, prima nel guardaroba ove un servo gli levò di dosso la pelliccia e gli consegnò una tessera, poi su nell’appartamento di fronte ai coniugi Gilbert che nel severo costume dei contemporanei di Washington, fondatori della libertà americana, ricevevano gli ospiti.
Ed essi ebbero anche per Teofoli una stretta di mano espansiva e una parola gentile, ma non poterono prestare ascolto alla sua risposta, costretti com’erano a badare ai sopravvenienti. Allora il professore girando gli occhi intorno notò con rammarico che in quella sala su trenta o quaranta uomini ce n’erano appena due o tre che vestissero la prosaica marsina, nè una rapida corsa attraverso le altre sale gli offrì argomento di conforto. Dappertutto l’abito nero figurava come un’isola, e una brutta isola in mezzo all’Oceano e quelli che lo indossavano avevano l’aria di vergognarsene. Persino Monsieur de la Rue Blanche, all’ultimo momento, s’era deciso a camuffarsi da dottore della Sorbona, in toga e parrucca, e Teofoli se lo vide comparir dinanzi in questa foggia a braccio d’una dama del primo impero, non giovine, non bella, ma d’un’opulenza di forme che rispondeva ai gusti dell’erudito francese. Era una contessa Aginulfo che Monsieur de la Rue Blanche aveva conosciuto tre sere addietro dal console francese e con la quale egli sembrava disposto a esperimentare il suo sistema de laudace, toujours de l’audace. In fatti egli passò accanto al suo recente amico con piglio di conquistatore e con un sorriso fatuo sul labbro che Teofoli interpretò così: Tu languisci da mesi per una femmina che ti canzona; io in pochi giorni farò capitolar la fortezza.
— Ah, una femmina che mi canzona, — pensava Teofoli. — Riderà bene chi riderà ultimo. Se mi casca un’altra volta sotto le unghie, non sarò mica tanto ingenuo....
Due compagni di sventura del professore, vale a dire due persone che come lui erano in frac, gli vennero incontro sorridenti ed espansivi. L’uno d’essi, il vecchio dottor Lumi, medico dei Gilbert, pieno di decorazioni. — Anche lei, — gli disse, — anche lei ha ottenuto la dispensa.... Sfido io.... noi uomini seri, noi uomini maturi, metterci la maschera, via....
— Ci si trova però alquanto a disagio, — soggiunse l’altro signore, il cavalier Forlier, consigliere di prefettura. — Siamo una minoranza impercettibile.
— Per me, — riprese il dottor Luini, — me ne vado di qui a un’oretta.... E lei, professore?
— Ma.... Non so.... Credo che mi tratterrò un poco di più.... Arrivederci. Voglio fare un giretto per le sale.
Era il secondo giretto che Teofoli faceva al solo ed unico scopo di cercar la Serlati.
Ma la Serlati aveva sempre l’abitudine di arrivare fra le ultime. Del resto, mancavano ancora parecchie fra le stelle della high life cittadina.
Ciò non toglie che l’appartamento fosse ormai affollato e presentasse uno spettacolo incantevole pel lusso degli addobbi, per lo splendore dell’illuminazione, per lo scintillìo dei brillanti, per la bellezza delle signore, pel largo contributo portato alla festa dai costumi di tutti i luoghi e di tutti i tempi, dai capricci della fantasia, dalle geniali evocazioni della letteratura e dell’arte. Qua un giovane e colossale higlander scozzese che pareva uscito da uno dei romanzi di Walter Scott dava il braccio a una fanciulla idealmente bella, miss Gilbert, nipote dei padroni di casa, che nell’aspetto e nel vestire riproduceva alla perfezione il tipo della soave Evangelina di Longfellow,