Teofoli si lasciò condurre, più che per la tazza di tè di cui non gli premeva punto, per riconoscere la situazione. Non era qui infatti ch’egli doveva accompagnare la contessa Giorgina?

Senza esser quasi vuota, come il dottor Luini aveva previsto, la sala del buffet non era nemmeno affollata. La divideva nel senso della sua larghezza una gran tavola ad arco dietro la parte rientrante della quale stavano dodici camerieri in livrea; sulla tovaglia bianca di neve erano disposti in bell’ordine vasi di fiori, trionfi di dolci, piramidi di frutta, vassoi con ogni sorta di pasticceria, servizi di tè e di caffè, ciotole da guazzi, gruppi di bottiglie, calici da sciampagna, bicchieri e bicchierini di tutte le forme e misure. E pensare che il meglio sarebbe venuto poi, quando dopo una mezz’oretta di preparazione, il buffet dolce si sarebbe trasformato in buffet solido e i conoscitori sarebbero stati chiamati a giudicar l’opera collettiva di tre cuochi rivali pacificatisi per poco dinanzi alle medesime casseruole!

Nell’attesa del buffet solido, il professore Arnaldi, maestro d’italiano di Miss Gilbert, faceva onore al buffet dolce, ed egli s’affrettò ad illuminare il dottor Luini e il professor Teofoli sui meriti rispettivi delle varie paste, delle frutta, dei vini ch’egli aveva assaggiati. Già aveva assaggiato di tutto e poteva parlare con cognizione di causa. — Tutto è eccellente, ma provino di questo, ma provino di quello. — E li incoraggiava con l’esempio.

I camerieri sorridevano.

— Per mia moglie e per i miei figliuoli, — diceva il buon professore, prendendo a manate le confetture e riempiendosene le tasche. — È vero che si rischia di rimetterci il frac.... un frac.... quasi nuovo.... ma come si fa?... la famiglia porta degli obblighi.

— Adesso poi per me.

E accennava a uno dei servi di mescergli ancora un bicchiere di champagne frappé, un nettare. Era il decimo ch’egli beveva.

Luini e Teofoli, per sottrarsi a questa pericolosa vicinanza, si tirarono al capo opposto della tavola, ove cinque o sei persone posate dei due sessi sorseggiavano tranquillamente la loro tazza di tè e discorrevano della festa. In fondo, in un angolo, un paggio toscano del quattrocento sbucciava un mandarino per una walkiria pallida, bionda, fantastica.

— Ecco l’età buona per questi divertimenti, — disse a voce bassa il dottor Luini alludendo a quei due che parevano mangiarsi cogli occhi. E soggiunse deponendo la chicchera sulla credenza: — Per me ne ho d’avanzo.... Capisco che lei rimane, Teofoli.... È diventato un discolo lei.... Buona notte.

— Vengo di là anch’io a dare una capatina nella sala da ballo.