— Non vuol perderne una, non vuole....
Il professore Arnaldi, un po’ allegro per lo sciampagna, gridò dietro a Luini e a Teofoli: — Torneranno pel buffet solido, spero.... Ho saputo delle cose, delle cose.... Ci sarà del salmone fresco.... E dei tartufi.... E del pasticcio di Strasburgo.... proprio genuino.... arrivato da Strasburgo direttamente.
— Ma! — notò il dottore mentre usciva dalla sala in compagnia del nostro Teofoli. — Quell’uomo lì, un galantuomo, un brav’uomo, ha trovato un mezzo infallibile per farsi ridicolo.
Teofoli non rispose. Egli aveva il vago presentimento che ci fossero altri mezzi non meno sicuri per raggiungere il medesimo fine.
XIV.
La sala da ballo, assai ampia e di forma regolare, pressochè quadrata, era per tre delle sue pareti rivestita di grandi specchi che moltiplicavano all’infinito le immagini, onde l’occhio si smarriva in quello scintillìo di fiammelle, in quell’intrecciarsi turbinoso di coppie che apparivano, si dileguavano, ricomparivano subitamente, ora di qua ora di là, ora in forma concreta, e palpabile, ora come visioni lontane e fantastiche. Del resto, con tanta folla, non si ballava che dai più pertinaci, urtandosi di continuo coi gomiti, pestandosi i piedi ad ogni momento, fra scuse e risatine brevi, e agitarsi di ventagli, ed esclamazioni involontarie, e fruscìo di vesti, tutte cose che unite insieme davano un rumore simile a quello dell’api che sciamano. Si sarebbe detto che gli specchi rimandassero, oltre che le immagini, il suono.
Il professore Teofoli aveva finito coll’appoggiarsi allo stipite d’un uscio, adattandosi a ricever spintoni da quelli che s’ammontavano dietro a lui per vedere, da quelli che uscivano, da quelli ch’entravano e perfino dai servitori che portavano in giro i rinfreschi. Anzi uno d’essi, dopo esser stato in procinto di rovesciare un vassoio per colpa sua, brontolò con mala grazia: — Vogliamo star lì duri, impalati. — Era singolare come quella sera tutti gli mancassero di riguardo. Teofoli non aveva vanità, non aveva superbia, ma Dio buono, egli aveva pure il convincimento di valer meglio di quattro quinti della gente ch’era raccolta da Gilbert, era avvezzo a esser trattato con rispetto, con deferenza. Quella sera invece non c’era un bellimbusto che non lo squadrasse d’alto in basso con piglio di superiorità. Anche i suoi conoscenti, gli stessi che usavano largheggiar seco in dimostrazioni di stima, appena gli rivolgevano la parola. Passi per la Ermansi che aveva ragioni plausibili di tenergli il broncio e che aveva risposto con estremo sussiego al suo saluto. Ma c’era alla festa una ventina di studenti universitari camuffati in varie foggie, giovinotti che a scuola pendevano dalle sue labbra, volevano essere illuminati da’ suoi consigli e dei quali non uno si degnava adesso di fermarsi a fare un po’ di conversazione con lui. Il meno villano, un paggio Fernando della Partita a scacchi, aveva buttato lì distrattamente un — buona sera, professore, come sta? — E detto ciò per incarico di coscienza l’aveva piantato in asso per correr dietro a un’Ofelia con la quale aveva impegnato la seconda quadriglia.
Il modo di barattar quattro chiacchiere il nostro professore l’avrebbe trovato sicuramente nella stanza da fumare, rifugio ordinario dei vecchi scapoli che hanno rinunziato alla galanteria, e dei mariti filosofi rassegnati ai decreti della Provvidenza; senonchè, egli era inchiodato a quel posto di dove gli era concesso di veder ogni tanto la bella Serlati. La vedeva ora a braccio dell’uno, ora a braccio dell’altro, ballando un giro con questo e con quello, ma nei balli figurati avendo sempre per cavaliere quell’antipatico di Montalto. Poi, fra un ballo e l’altro ella usciva per una delle quattro porte della sala, passava talvolta rasente a lui, accompagnata, ben s’intende, da qualche spasimante, lo salutava con un cenno, con un sorriso, e si perdeva via nella folla che invadeva le stanze vicine. Egli esprimeva la tentazione di seguirla, rattenuto dal timore di farsi scorgere, di recarle noia, e soprattutto dalla certezza di non coglierla mai sola, di non poter mai discorrerle con libertà. E quand’ella rientrava alle prime battute dell’orchestra, e con essa entrava un’onda di gente, una vampata di caldo, egli era ancora appoggiato a quello stipite di marmo, immobile come una cariatide, solo rasciugandosi macchinalmente il sudore col fazzoletto.
Seduta presso di lui a un capo del divano che girava intorno alla sala, e ansante e sbuffante al pari di lui, una signora forestiera di mezza età, molto grassa, lo guardava di tratto in tratto con un’espressione mite e benevola di donna altrettanto disposta a raccontare i propri dolori quanto a intendere e a compatire i dolori altrui. Ella non conosceva Teofoli che non l’era stato presentato, ma parendole ch’egli fosse lì suo malgrado, vittima di qualche dovere domestico, cedette a un bisogno irresistibile di sfogarsi, e lasciando da parte le cerimonie gli disse con una cattiva pronunzia francese: — Ah si ce n’était pour nos enfants!
— Plait-il, Madame? — domandò il professore che non aveva capito.