Era chiaro che in quei cervelli leggeri era entrata l’idea di burlarsi del disgraziato Teofoli. La Serlati resisteva ancora, ma resisteva fiaccamente. Non poteva permettere che le si attribuisse una inclinazione seria pel professore. E poi il caldo ed il vino cominciavano a salirle alla testa.

Al banco crescevano la confusione e lo strepito, e i camerieri non sapevano più da che parte voltarsi, sconcertati dallo spettacolo di quelle cento braccia che s’agitavano in aria, quali per consegnare, quali per ricevere un piatto, storditi dal frastuono di quei cento ordini che si accavallavano, per così dire, l’uno sull’altro, nelle diverse lingue europee, con le diverse inflessioni di voci, imperiose, persuasive, supplichevoli.

— Del salmone....

— Prego, del pasticcio di Strasburgo.

— E questo prosciutto viene o non viene?

— Fate il piacere, del fagiano, per due signore....

— Una bottiglia di Bordeaux, presto.

I vari postulanti si guardavano in cagnesco, frenando a stento la voglia di scambiarsi dei vituperi, di cacciarsi a calci fuori della sala. Bastava sentire in che modo secco, rabbioso fossero pronunciati quei pardon, pardon, che per un resto d’educazione accompagnavano gli spintoni e le gomitate. Ma i più irritanti erano quattro o cinque signori in frac che giunti alla prima fila vi si mantenevano imperterriti riempiendosi l’epa di tutti i cibi e di tutti i vini, e opponendo una resistenza passiva alle preghiere, alle sollecitazioni, ai sarcasmi, agli urti.

Quando il professore Teofoli, dopo immani fatiche, arrivò presso al banco per riconsegnarvi la tazza di brodo che la contessa Serlati non aveva voluto, e per farsi dare del salmone, o della lingua, o del pasticcio di Strasburgo, egli trovò dinanzi a sè, ultimo ma non facilmente superabile ostacolo, uno di questi pilastri mangianti e beventi. Ed egli aveva un bel dire, nella lingua internazionale dei salotti: — Pardon, monsieurpermettez, monsieur, un petit moment. — Monsieur, che era rimasto sordo a tante esortazioni, sarebbe rimasto sordo anche a questa, se non avesse riconosciuto, a malgrado dell’idioma straniero, la voce dell’illustre Teofoli. Ciò lo indusse a fare un quarto di giro e a presentare a Teofoli il suo profilo. Era il professore Arnaldi.

— Caro collega, — esclamò costui reso tenero ed espansivo dal vino, — dica a me, io la faccio servir subito.... Ma ha una tazza di brodo ancora piena.... Perchè non la beve?... Vuol riconsegnarla?... Poteva darla a un servo qualunque o metterla su una mensola.... A ogni modo dia qui.... Ecco.... E adesso parli, che cosa desidera?... Io la consiglierei a provar di tutto.... Non c’è niente da buttar via, l’assicuro.... Cominci dalla lingua affumicata.