— Ma no, — interruppe Teofoli, — non si tratta di me.... si tratta di alcune signore....

Alcune signore?... Corbezzoli.... Si piglia di questi impicci, caro collega?... Non la invidio davvero.... Però vada pure per le signore.... Che cosa devo procurare per le signore?

La qualità dell’alleato non piaceva troppo a Teofoli, nè gli piaceva, nella sua aristocrazia di professore universitario, quel titolo di collega datogli così da un maestrucolo; tuttavia egli non si sentiva forte abbastanza da rispinger la mano pietosa che veniva in suo soccorso, e disse: — Poichè è tanto gentile, cerchi d’aver del salmone.... E del pasticcio.... in due piatti.... Già più di due piatti non si possono mica portare.

In quel momento, come per dargli una solenne smentita, il marchese Montalto gli passava accanto portando a ignota destinazione, con la disinvoltura d’un cameriere di trattoria, non due piatti ma quattro. Per fortuna Teofoli non se ne accorse.

— Del salmone! Del pasticcio! — gridava Arnaldi. E sentiva il bisogno di soggiungere a sua giustificazione: — Non per me, per delle signore.

I camerieri ubbidivano in silenzio. Solo nel guardarsi sorridevano a fior di labbro, di quel sorriso fine, diplomatico, che riavvicina un credenziere a un ministro plenipotenziario.

Fra i presenti corse un fremito d’indignazione.

— È un’enormità.

— Non s’è mai visto una cosa simile.

— Quelli non son uomini, son lupi, pesci cani....