— Questa volta agisce per procura, — bisbigliò qualcuno che aveva côlto una parte del dialogo tra i due professori.
— Sarà un pretesto, — rimbeccò uno scettico.
Ma convenne arrendersi all’evidenza. Allora un bello spirito slanciò un epigramma. — Società di mutuo soccorso fra i docenti.
Troppo occupato a tener in equilibrio i suoi due piatti, Teofoli non badò ai sarcasmi. Se arrivava sano e salvo era un miracolo.
Egli attraversò senza peripezie la barricata umana che divideva il banco dal resto della sala, navigò felicemente tra gli scogli dei tavolini, delle sedie smosse, dei lunghi strascichi di velluto e di seta, e pervenne al termine del suo viaggio, cioè al tavolino della Serlati. Ivi però lo aspettava una dolorosa sorpresa.
Intorno a quel tavolino s’addensava un nugolo di galanti. Ne avevano, com’è giusto, anche le tre compagne della Giorgina, ma i più erano per lei. E, ciò ch’è peggio, fra questi c’era Montalto che appoggiato alla spalliera della seggiola della contessa le susurrava chi sa quali freddure, mentr’ella alzando gli occhi dal piatto e volgendo alquanto la testa lo ascoltava con deferenza e gli offriva un frutto con la sua bianca manina. Insomma un idillio commovente. Il tavolino, si può immaginarsi, era pieno d’ogni ben di Dio, da sfamare non quattro delicate signore ma una dozzina d’uomini digiuni da una settimana; poichè tutti quei giovinotti, confidando di giungere al cuore delle loro belle per la via del palato e dello stomaco, erano andati a gara per recar loro le proprie offerte.
Era naturale quindi che la comparsa del professore fosse accolta con uno scoppiettìo di frizzi mordaci.
— È il soccorso di Pisa.
— La vettura del Negri.
— Il leggendario burchiello di Padova.