— Caro amico, — disse la Giorgina, — è una fatalità, ma siete sempre in ritardo.... Vedete quanta roba hanno già portato questi signori.

Teofoli, pallidissimo, si morse il labbro. — Però.... Io ho fatto quanto più presto m’era possibile.... e speravo....

— Che avessi pazienza, non è vero?... Dio buono.... non conviene poi prender le cose sulla punta della spada.... Son sere eccezionali.... Mi dispiace che abbiate avuto tante seccature per nulla.

Ritto in mezzo a quella gioventù canzonatrice co’ suoi due piatti in mano che non sapeva dove posare, il professore faceva una ben grama figura.

— Mangi lei, — gli suggerì la Binasco.

— Guardi, — soggiunse la Fiorenzi, una bionda slavata che fino allora aveva parlato pochissimo; — laggiù è rimasta libera una sedia.... La pigli e s’accomodi vicino a me.

— O come vuoi che pigli la sedia se ha tutte le due mani impegnate? — le chiese piano la Del Viale.

— Zitto, — rispose la Fiorenzi nello stesso tuono di voce. — Ho detto apposta.... per confonderlo peggio.... Non vedi com’è grottesco? Giurerei che fa qualche malanno.

La Fiorenzi aveva una reputazione bene assodata d’istinti profetici. Ella aveva appena finito di confidare le sue previsioni alla Del Viale che il professore con un movimento falso urtava una contessa Marziani la quale s’era alzata allora da una tavola vicina e stava raccogliendo la coda prolissa del suo vestito da gentildonna veneziana del secolo scorso. Nell’urto uno dei due piatti si piegò alquanto da un lato, e parte della gelatina che guarniva il pasticcio andò a cader sopra l’abito della dama. Ella ebbe un ruggito da leonessa ferita e il suo cavaliere, un alcade spagnuolo, slanciò a Teofoli insieme con uno sguardo fulmineo un monsieur che per sè non voleva dir nulla, ma che, pel modo in cui era pronunciato, appariva gravido di minaccie e poteva contenere anche un cartello di sfida. Guai se il professore avesse reagito! Egli però riconosceva il suo torto e biascicò alcune parole di scusa. Il cavaliere interrogò con gli occhi la sua dama, pronto, non se ne dubita neanche, a lavar col sangue dell’offensore la macchia fatta dalla gelatina al vestito di lei. Per fortuna la dama gli accennò di smettere e la cosa terminò lì. La gentildonna veneziana e il suo belligero campione si allontanarono maestosamente; il professore Teofoli consegnò il suo carico malaugurato al primo domestico che gli si parò innanzi, e si lasciò cader sfinito sopra una sedia.

Alla tavola della Serlati questa scenetta destò un’ilarità irrefrenabile. Era quel riso che somiglia a una convulsione, che s’alimenta da sè stesso, che fa dire a chi ne ignora la causa: — O che son diventati matti?