Ma Teofoli non ne ignorava la causa. Egli capiva perfettamente che quelle donnine frivole e quei zerbinotti melensi ridevano di lui. E degli altri non gli sarebbe importato. Era il riso della Giorgina che lo feriva al cuore, era il veder che la Giorgina si faceva mescer lo sciampagna da Montalto, e accostava il suo calice a quello dell’elegante marchese e gli permetteva di chinarsele addosso sguajatamente fino quasi a sfiorarle con la bocca le spalle nude. A un certo punto non ne potè più; ebbe uno scatto d’energia, si rizzò in piedi d’un colpo e si mosse per andarsene da un luogo ove non raccoglieva che umiliazioni.
— Professore, professore, — gridarono dal crocchio della contessa Serlati. — Ma dove va? Ma venga qui.... Vogliamo fare un brindisi alla sua salute.
— Teofoli.... via.... che furia avete? Bevete un bicchiere di sciampagna con noi.
Era la voce della Giorgina. Ma anche quella voce rimase inascoltata. Essa gli pareva rauca, aspra, stridula come se lo stromento si fosse guasto, come se qualche corda se ne fosse infranta.
Uno di quei giovani gli corse dietro. In nome della contessa Serlati e dell’altro signore, in nome di tutti lo si pregava di trattenersi ancora un pochino, di sedere alla loro tavola.
Il professore fece un segno negativo col capo e affrettò il passo. Non era più una partenza, era una fuga.
XVI.
Ormai tutti quelli che non avevano intenzione di assistere al cotillon lasciavano la festa.
Ai nomi sonori slanciati nella strada a voce alta dal guardaportone, le carrozze signorili entravano a una a una nell’atrio, si fermavano ai piedi della scala, accoglievano fra i morbidi guanciali e le soffici coperte di lana i padroni imbacuccati nelle loro pelliccie, e da quell’ambiente di luce e di tepore uscivano fuori nella burrasca invernale.
Quando toccò il turno del professore, il guardaportone gli chiese il suo nome.