— Chiamate il numero del fiacre, 174. È più sicuro, — disse il professore.

Il maestoso personaggio aggrottò alquanto le ciglia, e come se lo sue labbra si rifiutassero a così umile ufficio confidò quel miserabile numero a un suo dipendente che andò a gridarlo di malavoglia. — Il fiacre numero 174.

A compenso delle orecchie delicate offese da questo suono, il guardaportone in persona fece, subito dopo, echeggiar l’aria di alcune note superbe: — La carrozza del duca Ferrando della Torre Merlata.

Lo stuolo dei lacchè tirò un sospiro di soddisfazione. Questi son nomi!

Sebbene il fiacre numero 174 dovesse aver la precedenza sulla carrozza del duca Ferrando della Torre Merlata, accadde tutto l’opposto, essendo troppo giusto che il signor duca e la signora duchessa non pigliassero freddo nemmeno per un minuto secondo. Il fiaccheraio, vedendosi passato in seconda linea, si permise due o tre frasi poco parlamentari che scandalizzarono il nobile servidorame. — È gente che non ha educazione — notò con gravità uno della marmaglia.

— In queste case bisognerebbe venire per lo meno con legni di rimessa, — soggiunse un altro.

E un terzo, più aristocratico, sentenziò: — Il meglio sarebbe non invitare chi non ha equipaggio proprio.

Checchè ne sia, il professor Teofoli fu alla fine, bene o male, insaccato nella sua vettura.

— Avanti, — disse uno dei domestici dei Gilbert chiudendo rumorosamente lo sportello.

Avanti nella neve, avanti nel freddo e nel buio. Nella neve che picchiava con un suono metallico sui vetri dei finestrini, nel freddo che penetrava attraverso tutte le commessure, nel buio rotto appena dal raggio fioco e tremolante dei due lampioni del fiacre. La città dormiva avvolta nel suo lenzuolo bianco; non un’imposta, non un negozio aperto, non un pedone nella via o sotto i portici; solo di tratto in tratto qualche carrozza a due cavalli, proveniente anch’essa dal palazzo Gilbert, oltrepassava in silenzio il modesto veicolo del professore.