Il valentuomo era in preda a una sonnolenza affannosa che gli faceva appoggiar la testa ora da un lato ora dall’altro della vettura senza quietarsi mai interamente, ma che aveva il vantaggio inestimabile di smorzar in lui le impressioni di quella notte sciagurata. Delle cose viste ed udite gli restava come una fantasmagoria confusa, come una risonanza lontana; gli restava un vago ricordo, non troppo acerbo però, di qualche torto patito, di qualche pena sofferta. E provava insieme una gran maraviglia d’essersi trovato in mezzo a quel frastuono, a quel chiasso, un desiderio intenso di solitudine e di raccoglimento, un’impazienza vivissima d’esser di nuovo nel suo studio, in mezzo a’ suoi manoscritti e a’ suoi libri.
Allorchè il fiacre si fermò dinanzi alla porta della sua casa il professore uscì bruscamente da quello stato di dormiveglia e sentì per un momento ridestarsi nell’animo la rabbia, la mortificazione, l’angoscia che lo avevano straziato a gara durante la festa. Ma non fu che un momento. Una sofferenza fisica acuta distrasse la sua attenzione dalle sofferenze morali. Appena sceso di carrozza s’accorse che durava fatica a tenersi ritto; una puntura assidua alla parte sinistra del petto gli toglieva il respiro; aveva un cerchio alla testa, un’arsura alla gola, una gravezza fastidiosa a tutte le membra. Nondimeno, senza chiamare la signora Pasqua che non lo aspettava mai alzata la notte, egli potè accendere il lume, salir il breve tratto di scala che conduceva al suo quartierino, entrar nella sua camera e mettersi a letto. Ma invece di averne sollievo si sentì peggio. Gli cresceva l’ambascia, il dolor di capo, la sete inappagata, rabbiosa. La coltrice gli pareva irta di spine, le coperte gli pesavano come se avesse addosso una montagna: aveva negli occhi, anche dopo spenta la candela, un barbaglio molesto, aveva negli orecchi un ronzìo come di qualche insetto che vi fosse prigioniero.
Era giunto a casa verso le quattro; alle sei non ne potè più e suonò il campanello.
Al vederlo col petto ansante, col volto acceso, con le pupille stralunate, la signora Pasqua congiunse le mani ed esclamò: — Vergine santissima, che cos’ha?
— Sto poco bene; credo d’aver la febbre, — rispose il professore con voce fioca.
La signora Pasqua che pretendeva d’intendersene gli tastò il polso. — Altro che febbre! Un febbrone.
Poi, pentita della sua franchezza brutale, soggiunse: — Non sarà nulla.... Sarà un’effimera.... Avrà preso del freddo uscendo da quella festa.... Là, figuriamoci, sarà stata una fornace. E quando non si è usi a certi strapazzi.... Se avesse dato retta a me....
— Sì, sì, avrei fatto molto meglio.... Non mi ci vedono mai più in quei posti.... mai più.
La docilità insolita del professore sconcertò la signora Pasqua. — O pover’uomo! — ella pensò. — Dev’essere proprio a mal partito se mi dà ragione così....
E poichè era preparata a discutere rimase per qualche istante senza parola, accomodando i guanciali sotto il capo dell’ammalato.