— Oh che bimba! — disse il signor Emilio, carezzandole i capelli!

— Ma — continuò imperturbata la Clarina — ma se tu poi pigliavi sulle ginocchia un'altra fanciulla, e aneli' ella per quel tuo fascino arcano ti sorrideva festosa, non ti so dire quanta stizza io provassi. Già te ne sarai accorto, perchè io non facevo complimenti.... Un giorno solenne per la mia vita fu quello, in cui, divenuta oramai grandicella (avevo, credo, dieci anni), potei uscire di casa attaccata al tuo braccio. Mi conveniva stare un po' in punta di piedi, ma avrei fatto altro che quello! Io credo che mi sarei fatta volentieri precedere per le vie da un tubatore che annunziasse ai popoli la grande novella. Ben se ne rammenta l'Angelica, che sa quali esigenze io avessi in quel dì pel vestito e l'acconciatura. A forza di star dinanzi allo specchio mi persuasi (vedi vanità) che, se io andava superba del mio cavaliere, tu non potevi essere scontento della tua dama. Lungo la strada s'incontravano signori e signore, a cui tu facevi bellissime scappellate, mentre io salutavo con un sorriso di degnazione. Mi ricordo di aver tossito due volte passando dinanzi alla fruttaiuola che stava sul canto per richiamar la sua attenzione sull'importante spettacolo. Ma la volgarissima donna, occupata a smerciare un panierino di fragole, non se ne diede nemmeno per intesa. Dopo quel giorno io non credo d'averti lasciato tranquillo una settimana. Bisognava far sempre quella famosa passeggiata, bisognava sempre mostrarsi al colto pubblico. Già io non sapevo nemmeno concepire che tu potessi desiderarti un miglior trattenimento di quello del condurmi a passeggio, o quando tu mi adducevi un'occupazione o un impegno, io mi annuvolavo subitamente. Era però ben altra cosa, se qualche sera tu ti proponevi di rimanere in casa a tenermi compagnia. Allora, s'era d'estate, ci mettevamo sul bel terrazzo che dà in giardino, lì in mezzo a quelle piante di limoni che spandono una sì grata fragranza; e, s'era d'inverno, stavamo qui in questo salottino, proprio come adesso, sennonchè l'Angelica allora non pigliava sonno così facilmente. Ed io t'interrogavo sul passato, e tu mi parlavi della mamma, e me la descrivevi con tanta evidenza che mi pareva sempre d'averla dinanzi agli occhi, bella, elegante, gioconda. E ad ogni uscio che s'apriva e a ogni fruscìo di veste che mi feriva l'orecchio, mi pareva impossibile che non dovesse esser lei, proprio lei che mi venisse dinanzi e dicesse: — Son qui, Clarina. M'hai aspettato un pezzo, non è vero? ma ormai starò sempre sempre con te. — E così del suo soffio e della sua imagine io avevo popolata la casa, e spesso mi faceva l'effetto come s'ella fosse davvero con noi.... E allora m'accorsi che le mie gelosie eran per lei, che io doveva custodire in nome di lei le pareti domestiche da ogni intromissione profana. Con questo pensiero mi parve di nobilitare il mio ufficio di guardiana ombrosa ed arcigna. L'Angelica mi secondava benissimo, e tengo per fermo che due creature meno ospitali di noi non potessero trovarsi in tutta Italia, a cercarle col lumicino. Non puoi immaginarti che profonda antipatia io sentissi per quella signora Agliani, che è poi andata a stabilirsi in Torino. Con la scusa ch'eravamo condiscepole con la sua bimba, e che, per cagion nostra, vi eravate incontrati più volte alla scuola, ella t'invitò a farle visita.... che sfacciataggine!... e poi, sempre per accompagnare quella sua figliuola lunga e sottile come un giunco, ella veniva ogni momento nel nostro giardino, e raccontava ch'era vedova, senz'appoggi, col cuore vuoto, ec. ec. Che cosa me n'importava a me di questa roba? Basta, babbo, purchè tu non mi sgridi, ti confesserò che un giorno instigai l'Angelica a metterle farina invece di zucchero nella tazza di caffè....

— Oh che sgarbata! — disse il signor Emilio tra il serio e il faceto.

— Più tardi l'Angelica mi raccontò che la signora Agliani aveva messo gli occhi su te per farsi sposare, ma che tu non hai voluto nemmeno pensarvi per cagion mia.... Eppure, babbo, quando di fanciullina divenni ragazza, e si svegliarono in me nuove fantasie e nuove idee, e mi si affacciarono agli occhi i languidi barlumi d'un mondo ancora inesplorato, e sentii l'irrequietezza dei quattordici a' quindic'anni, principiai ad accorgermi che per te dovevano esservi altri orizzonti, altri desiderî, altre speranze. Ma il primo movimento dell'animo mio non fu generoso: fu un accrescimento di sospetti. Mi pareva sempre che tu dovessi dirmi da un momento all'altro: — Cara la mia Clarina, io ti voglio un gran bene, ma tu non mi basti. — E se tu parlavi a bassa voce con l'Angelica, e se facevi ridipinger le stanze, o ricevevi un'ambasciata inattesa, io ero lì con tanto d'occhi e d'orecchi con la paura di una rivelazione sgradevole. Oppure entravo nella mia cameretta, e pensavo alla mia mamma, e piangevo....

— Sciocchina! — interruppe il signor Emilio. — Perchè immaginarti ciò che non era? O, in ogni modo, perchè non venir franca da me e dirmi: — Babbo, nessun altro deve entrare in casa nostra: Clarina non lo vuole!

— Ah! perchè? perchè? Perchè in mezzo a tutto ciò io sentivo una specie di rimorso del mio egoismo; e avrei voluto esser più buona, più ragionevole, più generosa,... ma non c'era caso.

— Andiamo, bimba mia, datti pace, io ti voglio bene ugualmente, e se tu mi hai preso per confessore, io ti assolvo. Ti basta? —

Con queste parole, il signor Emilio diede un gran bacio a Clarina e fece atto d'alzarsi. Ma ella premendogli la mano sulla spalla gl'impedì di muoversi, dicendo.... — Che! Che! Siamo ancora al principio....

— Al principio, di che cosa?

— Oh bella! del mio racconto.