— La signora Fanny veniva anche allora, come viene adesso spessissimo, a visitarci verso le otto. Quella sera faceva un tempo magnifico, spirava un'aria mite, il cielo era d'una limpidezza cristallina. Sedemmo tutti e tre sul terrazzo. Di discorso in discorso, tu fosti tratto a raccontare del tuo matrimonio e della tua felicità così presto svanita. Incuorata dalla tua espansione, la signora Fanny volle ricambiartene con uguale confidenza e ti narrò d'un suo unico amore finito miseramente. Ella era stata più infelice di te, perchè non aveva convissuto nemmeno un giorno con la persona diletta. Una palla a San Martino le aveva ucciso sul colpo il fidanzato: ella non aveva potuto nè chiudergli gli occhi, nè deporre un fiore sulla sua tomba. Era una storia semplice come la tua: nulla di singolare, nulla di fantastico; ma questi due dolori così schietti e sinceri che per un momento si mischiavano insieme nello sfogo delle confidenze reciproche, avevano in sè una potenza ammaliatrice, contro cui io non sapevo resistere. Mentre voi parlavate, io piangeva in un angolo del terrazzo. Tu ti alzasti il primo e porgendo la mano alla signora Fanny le dicesti: — Abbiamo tutti e due delle memorie da custodire, una specie di fuoco sacro da alimentare: ciò forma fra noi un vincolo fraterno. — Ella non rispose nulla, ma strinse la mano che tu le offrivi, passandosi il fazzoletto sugli occhi. Poi si alzò anch'ella dalla sedia, venne presso di me e mi baciò io fronte. Io le gettai le braccia al collo abbandonandole il capo sulla spalla, e lasciai sgorgare le mie lagrime liberamente.... Tu eri rientrato nella stanza.....
Oh come io mi sentivo meglio dopo quel vostro colloquio! S'era formato tra voi un legame che nulla turbava, che non feriva nessuna delle mie ricordanze, che non destava nessuno dei miei timori. Il cammino della mia vita, dal quale tu avevi con tanta sollecitudine sviato gli ostacoli e le amarezze, mi era reso ancora più facile: io avevo un altro braccio, a cui appoggiarmi; un altro cuore, in cui versare ciò che traboccava dal mio.... Egoista! Egoista! Sciocca ed egoista!
— Perchè ti accusi in tal guisa, Clarina? Ciò che ti rese tanto felice non esiste egli ancora? Non siamo sempre ottimi amici, la signora Fanny ed io? Non ti vuol ella il bene d'una volta? E che può farti pentire se tu cerchi in sì caste commozioni la tua felicità?
— La mia felicità? Ma sono io sola sulla terra, ma non ho obblighi che con me stessa, ma non ho da guardare che a me sola? E tu non ci sei per nulla nella mia vita?
— O che c'entro io in tutto ciò?
— Senti, babbo, bisogna proprio che tu non mi giudichi male da quel che ho fatto sinora.... Adesso mi son ravveduta....
— Ma tu parli per indovinelli, Clarina.
— Mi spiegherò, purchè tu mi lasci discorrere tutto d'un fiato, purchè tu non m'interrompa, e non faccia nè ih nè oh nè esclamazioni di sorta alcuna.... Tu ti ricordi benissimo il caso stragrande che si fece da te e dall'Angelica della mia ultima malattiuccia.... Quanto a me, credo che non ci fosse il menomo pericolo....
— Oh! ce n'era, ce n'era; — uscì a dir vivamente il signor Emilio, rannuvolandosi in viso, e stringendo a sè la ragazza come per tema di qualche novella insidia. — Non lo disse forse anche il medico?
— Bella ragione! Ma ciò poco monta. Fatto si è che pareva non dovessero esservi nè cure nè riguardi sufficienti per me. E io te ne ringrazio, sai? e ne ringrazio anche l'Angelica, la quale per una figliuola non avrebbe potuto fare di più. In quei giorni la signora Fanny veniva spessissimo a informarsi di me, a salutarmi, e vedendo quante brighe tu e l'Angelica vi davate per amor mio, e come vi negavate il sonno e il riposo, s'offerse a partecipare in giusta misura con voi le fatiche e le veglie. O perchè ella cogliesse meglio nel segno, o perchè fosse di carattere meno apprensivo, fatto si è ch'ella era molto più tranquilla, e quindi poteva con minor dispendio di forze prestare opera efficacissima. Ella volle rimanere parecchie notti nella mia stanza, sempre fedele esecutrice delle prescrizioni del medico, sempre indovinando ogni mio desiderio. Quand'io la vedevo pender su me e rassettarmi le coltri, e bagnarmi le tempie infuocate dalla febbre e guardarmi con que' suoi occhi intelligenti e tranquilli, e calarsi giù giù sul mio capezzale fino a che qualche riccio de' suoi capelli biondi veniva a sfiorarmi la fronte, mi pareva come se fosse la povera mamma che vegliasse presso il mio letto.... Già la malattia aveva traversato quella che voi chiamate la crisi, e piegava verso una soluzione felice; nondimeno io mi sentivo immensamente debole: i miei giorni trascorrevano in lunghi sopori, i miei occhi s'aprivano a fatica, ond'io scorgevo, come attraverso un velo di nebbia, gli oggetti che mi passavano innanzi, e, pure avendo la coscienza di quanto mi avveniva d'intorno, non sapevo uscire della mia condizione d'inerte spettatrice....