Era una di quelle notti. La signora Fanny aveva a poco a poco lasciato cader la testa sulla sponda del mio letto: ella dormiva vicino a me: io sentivo il suo dolce respiro aleggiarmi tepidamente d'intorno, io sentivo la fragranza della sua morbida chioma diffusa.... La lampada da notte posta sopra un tavolino in un angolo spargeva una luce tremula e fioca nella stanza, allungando talora con guizzi improvvisi l'ombra delle sedie, degli armadî e del letto. L'uscio si aperse. Eri tu, nè me ne maravigliai: quelle tue visite erano cosa solita. Ti approssimasti in punta di piedi, mi mettesti la mano sulla fronte; poscia, inchinandoti lieve lieve su me, mi baciasti a fior di labbra la bocca. La signora Fanny era sempre assopita. Tu sei rimasto alcuni secondi immobile a contemplarci; poscia ti vidi abbassarti di nuovo, e deporre rapidamente un bacio sopra i capelli di lei. — (Qui la Clarina pose la mano sulla bocca del signor Emilio che voleva parlare). — Ti rizzasti con un moto subitaneo, sospettoso quasi, e uscisti della camera.... Quello ch'io provai non so dirtelo.... nel primo istante fu maraviglia....
— E di che mai, Clarina? — interruppe il signor Emilio, allontanando la mano, con la quale ella voleva chiudergli le parole in bocca. — Seppur quello che credi aver visto non è un parto della tua fantasia, che cosa vi sarebbe da stupire se io mi fossi lasciato vincere dalla commozione vedendo un'estranea far teco le veci di madre?
— No, babbo.... Il dì appresso, quando il medico ti disse che potevi lasciare ogni apprensione, ti vidi nella tua contentezza baciar l'Angelica, quantunque avesse attorno un grande odor di cipolla, e perfino la zia Lena, quantunque fosse più brutta del consueto;... ma era un altro modo di baciare....
— Orsù Clarina, tu fai discorsi inutili, e anche un poco sconvenienti ad una ragazza.
— Ci vuol pazienza. Ho cominciato, e bisogna che dica tutto, e che tu ascolti tutto. Descrivere lo stato dell'animo mio in quella notte, dopo che tu uscisti della mia stanza, sarebbe impresa assai ardua. Dissi che il mio primo sentimento fu di maraviglia. È vero. La dimestichezza formatasi tra la signora Fanny e te non aveva mai passato quel limite, oltre al quale comincia la galanterìa. V'era nella vostra amicizia un non so che di contegnoso che pareva dire: — Fino a questo punto, sì; più in là, no. — Alla maraviglia (perchè dovrei negarlo?) successe un granellino di rancore verso la signora Fanny. La donna ch'io amavo senza sospetto, la donna, alla quale io avevo parlato e contavo parlare tante volte ancora della mia mamma, s'intrometteva invece fra me e lei, distruggeva il mio bel sogno, diveniva una rivale di quella che io non avevo mai conosciuto, ma che avevo imparato da te ad amare con tutte le potenze dell'anima. Io sentivo sotto le palpebre chiuse gli occhi gonfiarmisi di lagrime, io sentivo affollarsi nella mia mente i rimproveri che avrei indirizzato alla signora Fanny, appena che ne avessi avuta la forza. Ma, in verità, questa forza l'avrei mai avuta? Non sarei stata disarmata dalla dolcezza e dalla serena mestizia del suo volto? Da quella fronte severa che il dolore aveva potuto solcare, ma che la vergogna non aveva mai fatto arrossire?...
Nel mentre io m'abbandonavo a questa fantasia, ella si era svegliata, quasi vergognosa che il sonno l'avesse colta, e dopo d'essersi piegata su di me per veder s'io dormivo (e, tra per la mia debolezza, tra per gli affetti che si combattevano nell'animo mio, io fingevo davvero di dormire) guardò l'orologio, tolse la veilleuse dal tavolino e schiudendo le invetriate la posò sul davanzale e la spense: indi, aperti alquanto i registri delle persiane, lasciò entrare nella stanza un po' d'aria e di luce. Appoggiata allo stipite della finestra, stette colà qualche minuto, immobile, ritta, pensosa, stringendo sul petto la veste discinta.... I primi chiarori dell'alba facevano risaltare di più il pallor naturale del suo viso, la brezza mattutina agitava lievemente i suoi biondi capelli che le scendevano giù pel collo in vago disordine. Nel fissarla attentamente, con un occhio, a cui le inattese rivelazioni di quella notte accrescevano la virtù indagatrice, io m'accorsi che, se la signora Fanny non era bella, le traccie della bellezza v'erano ancor sul suo viso, ma sepolte, per dir così, sotto lo strato che vi avevano deposto i lunghi anni di patimenti. E non so s'io m'ingannassi, ma mi pareva che qualche lampo almeno di quell'avvenenza dovesse brillar nuovamente, solo che la gioia tornasse nell'anima alla poveretta. A che pensava ella in quell'istante? Forse a' bei sogni di fidanzata, quando ella intrecciava la ghirlanda pel suo giorno di nozze? Forse al campo sanguinoso di San Martino, ove il suo diletto cadeva per non rialzarsi mai più? O sospirava vedendosi omai al confine estremo di giovinezza, con le rose del volto sfiorite, con l'anima deserta d'affetti, e costretta a viver sempre d'una memoria? O sentiva un arcano bisogno d'amare, d'essere amata prima che il tempo inesorabile gliene contendesse perfino la speranza?... Povera signora Fanny! Una lagrima le colava lentamente dal ciglio: ella si passò la mano sulla guancia per asciugarla, poi si tolse bruscamente alla sua fantasia, e tornò da me. Io feci le viste di svegliarmi allora, e pentita d'aver, fosse pure un istante, accolto nel mio cuore sentimenti ingenerosi verso di lei, feci uno sforzo supremo, e presa la mano ch'ella mi tendeva, la portai alle labbra coprendola d'ardentissimi baci.
— Calmati, calmati, Clarina mia, — mi diss'ella; — perchè agitarti così?
— Perchè sento — io risposi — che non potrò mai rendervi la centesima parte di quello che avete fatto per me.
— E che ho fatto, piccina? Non è mica un merito quello di volerti bene. E poi, noi altre vecchie zittelle, dobbiamo pure affezionarci a qualcheduno. E quando vediamo soffrire creature giovani, leggiadre come tu sei, ci pare, assistendole, di assistere i figli che avremmo potuto avere. —
Sedette vicino a me, carezzando la mano che io lasciavo cader penzoloni dal letto, e non aggiunse parola.