E vedendo ch'io mostravo di non capir troppo chi fosse questa Romilda:

— Ah! scusi, — proseguì; — siccome siamo quasi parenti, mi pare impossibile che non ci conosciamo un po' più. La Romilda, diamine! è mia figliuola. —

E lo disse in modo da far vedere che se ne teneva grandemente.

— Un bel nome! — interposi, tanto per non restarmene mutolo.

— Ah! ecco, — soggiunse il signor Meravigli un po' imbarazzato. — Il vero nome della mia figliuola non era questo. La si era battezzata per Orsola (capisce quei riguardi che si hanno in famiglia; era il nome della mia povera madre), ma la fanciulla, appena fu giunta all'età di ragione, mostrò una grande antipatia per esser chiamata così, e andava sempre gonfiandosi la bocca di certi nomi, belli se vuole, ma disusati, come Ermengarda, Ildegonda, Elettra, Antigone e simili. Finalmente s'incapriccì di questo di Romilda, e deliberammo secondarla. Le assicuro io, una figliuola che non si trova l'uguale a cercarla col lumicino. Già il suo forte è lo studio. Per le faccende di casa la non ci ha gusto, ma scrive come un angelo.... In versi poi.... Tutte le prime celebrità d'Italia ne sono estatiche.... Insomma ho un gran piacere ch'ella la conosca.... —

La pazienza asinina, con cui io andavo acconciandomi alla mia sorte, fu alquanto turbata da questo nuovo incidente. E in vero i mali mi si accumulavano sul capo con la rapida progressione delle tragedie greche. L'incontro del signor Meravigli era una noia, il demone della ospitalità che lo possedeva era una grave molestia; ma l'accademia di poesia estemporanea, che mi si presentava oramai allo spirito come una cosa inevitabile, era una sciagura bella e buona. Mi dichiarai onorato grandemente di far la conoscenza di sì maravigliosa donzella; ma tentai di abbreviare il supplizio, dicendo al mio Anfitrione:

— Se non le dispiace, quando io avrò fatto il mio dovere con la sua famiglia mi permetterò di prendere licenza per isbrigar la faccenda che mi condusse in questo paese.

— Cioè.... prender licenza.... spieghiamoci. Son io che mi farò un piacere di accompagnarla. Non faccio per vantarmi, ma conosciuto favorevolmente come sono io presso tutti gli uffizî, credo che potrò agevolarle di molto il suo incarico.... E, se non sono indiscreto, di che cosa si tratta? —

Glielo dissi in breve con malinconica rassegnazione.

— Alla Pretura! — egli esclamò battendo le mani. — Ma allora, si figuri, è presto fatto. Il pretore è amicissimo mio. — Guardò con prosopopea il suo orologio ch'era attaccato ad una catena d'oro grossa due dita, e soggiunse: