Com'era naturale, l'aveva e me la porse.

Era un panegirico.

— Vedo ch'ella ha il suffragio di critici distintissimi....

— Oh! non mi gonfio per questo. So di far male e desidero la censura. Nessuno è più tollerante di me verso la critica. Non mancarono i biasimi alle mie poesie. Chi le trovava oscure, chi esagerate, chi una cosa e chi l'altra. Poveracci! Come s'io non avessi uno stile perspicuo, e non mi studiassi soprattutto di esser naturale. Dicano pure quello che vogliono, ma ch'io non sia chiara, ch'io sia esagerata!... —

Così la signora Romilda Meravigli dava prove luminose della sua tolleranza.

Il dialogo andava languendo. O la dotta giovane si era disingannata sul mio conto, o ella era occupata nella gestazione di qualche capolavoro. La madre di lei colse l'opportunità per uscire del suo silenzio e dirmi a bassa voce, in un linguaggio che avrebbe lasciato largo campo alle osservazioni della figliuola, quanto ella fosse superba di Romilda, e quanto dissimile da quel portento fosse l'altra sua prole.

— Non a tutti è concesso essere uguali, — diss'io filosoficamente.

— È quello ch'io ripeto sempre a Romilda. —

Non potendo dimenticare lo scopo della mia gita a X***, mi permisi di rinfrescarne la memoria al padrone di casa.

Egli si drizzò tutto d'un pezzo come quei fantocci, sotto cui si fa scattare una molla, e mi disse: