Se io avessi veduto nella città di X***, nonchè un fiume, un corso d'acqua qualunque, avrei creduto fermamente che il signor Romoli ne fosse uscito in quel punto. La chioma nera, lunga e distesa, la barba pur nera che gli adombrava buona parte del viso e i cui peli scendevano in linea convergente fino ad unirsi in un pizzo a quattro dita sotto il mento, i vestiti lucidi per tarda età ed attillati alla persona, tutto insomma gli dava l'aspetto di un annegato.

Non istetti molto ad accorgermi che il signor Romoli era di opinione repubblicano.

— Miserrima Italia! — egli sclamò — che credi di esser libera ed una. —

Osservai rimessamente che, dacchè avevamo anche Roma, quanto all'unità non c'era obiezione possibile.

— Che unità! che unità! — gridò egli accendendosi in volto. — Unità di schiavitù! unità di vergogna! Dov'è il rispetto agl'ingegni onde vanno segnalati i popoli degni d'avere una patria? Eh, signore! Io lessi quattro anni fa un discorso sulla Rinnovazione intellettuale in Italia, lo mandai ai quattro Ministri dell'istruzione pubblica che si sono succeduti.... crede ella che se ne siano nemmeno accorti? Eppure insigni uomini, a cui trasmisi quel mio lavoro, gli fecero lusinghiere accoglienze, come può vedersi anche nell'ultimo numero del mio periodico, che mi pregio di offrirle insieme con un esemplare del mio discorso. —

Così dicendo, mi porse entrambi i preziosi oggetti. Sfogliai il giornale che si pubblica in fascicoli di otto pagine, e mi fu argomento di non lieve maraviglia il vedere che gli articoli s'intitolavano quasi tutti allo stesso modo: Della rinnovazione intellettuale, discorso letto dal professore Augusto Romoli all'Accademia dei Ben Pasciuti il 4 maggio 1867. — Giudizî d'illustri Italiani; oppure: Sulle idee pedagogiche del professore Romoli — lettera al Direttore; o infine: Sulla necessità di riformare l'istruzione in Italia secondo le idee esposte dal professore Romoli nel suo discorso del 4 maggio 1867. Onde mi persuasi sempre più dell'esistenza dei ruminanti intellettuali. Chiamerei con questo nome coloro, e non sono pochi, i quali avendo un giorno della loro vita esternato un'idea, o messo in carta quattro righe, o pronunziato in un'adunanza poche parole, fanno di quell'idea, di quello scritto, di quelle parole il perno della loro esistenza e vi tornano su le migliaia di volte, tanto per riuscire a persuadere anche gli altri che hanno realmente o detto o fatto qualche cosa di grande. Costoro abusano della facile condiscendenza degli uomini illustri, che, quando si sentono lodati, lodano, e si cacciano attorno ai potenti ed ai celebri mendicandone lettere e dichiarazioni lusinghevoli, di cui si fanno sgabello per mettere in mostra la loro stolida vanità. E i potenti ed i celebri, pur di levarsi la seccatura, profondono a cotali pigmei incoraggiamenti, onde il campo degli studî si popola di miserabili ortiche. Che il professore Augusto Romoli non abbia trovato ascolto presso il Governo, è per me oggetto di gradevole meraviglia, e proporrei una lapide commemorativa con la seguente epigrafe:

AI QUATTRO MINISTRI DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA
CHE NON DIEDERO RETTA AL PROFESSORE AUGUSTO ROMOLI
IL POPOLO ITALIANO
RICONOSCENTE.

Mentre il signor Romoli mi spiegava il suo concetto di riforme, mi era seduto dall'altro lato il signor Guglielmo Osteolo, cavaliere de' Santi Maurizio e Lazzaro, uomo ricco, negoziante accorto, che si spacciava come protettore delle lettere e delle scienze. Egli approfittò della prima pausa del dottor Romoli per chiamare sopra di sè la mia attenzione.

— Veda, signor cavaliere, — egli mi disse, — io non so intendere coloro che, per essere negli affari, fanno divorzio dagli studî. Nei limiti delle mie forze ho sempre cercato, lo confesso, di coltivarmi lo spirito, specialmente per quanto riguarda le discipline economiche. E poi, per chi sappia guardar le cose un po' a fondo, il commercio non si associa egli benissimo con gli studî?

— Senza dubbio, — risposi.