Onde, allorchè il signor Meravigli propose di andare al caffè del viale dove suonava la musica, un raggio di soddisfazione ineffabile si diffuse sul volto della maggioranza degli astanti.

Non di tutti però. Romilda sostenne che era tardino e che al caffè non vi si trova che gentuccia; che, del resto, dopo che si era costretta a declamare i suoi versi, ella aveva tutto il sistema nervoso in agitazione e sentiva il bisogno d'un pocolino di calma. Il professore Romoli si scusò dicendo che doveva pensare al prossimo numero del suo periodico La Rinnovazione intellettuale, e la nobile signora Prassede annunziò la sua intenzione di ritirarsi a casa, non convenendo a lei, zittella, di recarsi ad un caffè ove, pur troppo, il conte Gaspare suo fratello non poteva più accompagnarla, ed ove ella non aveva poi alcuna speranza di iniziare qualche relazione che venisse a un risultato onorevole.

Queste parziali obiezioni non tolsero però che la passeggiata si effettuasse. Romilda venne raccomandata alle cure di Morfeo, nè mi soffermerò a descrivere la cerimonia del commiato ch'io presi da lei; il professore e la signora Prassede se ne andarono pei fatti loro; il signor Alieni rimase a dormire nel corridoio, e il capo stazione, che abbiamo lasciato alle prese con la Maria, aveva finito collo svignarsela per una porta laterale e col correre al suo ufficio, ove non avrebbe tardato a riprendere la sua gravità consueta.

La signora Agnese, salita un momento nella sua stanza, ricomparve indi a poco del tutto trasformata. Ella indossava un vestito di velo di color giallo fino alla cintola e rosso solferino dalla cintola in giù, come quelle granite metà d'arancio e metà di lamponi che si prendono nei caffè. La sua acconciatura, non meno singolare, consisteva in un cappellino di paglia con due enormi piume dei due colori dell'abito che ondulavano maestosamente come spighe giunte a maturità, e due nastri verdi che le scendevano, svolazzando, giù per la schiena.

— Non ho altra vanità da quella dei cappellini in fuori, — ella mi disse, quand'io le offersi il braccio. — Sarà una debolezza, ma che vuole? Mi pare che ciò che distingue veramente la donna di buon gusto sia l'acconciatura. —

Il viale di platani presentava un aspetto animatissimo; gli ultimi raggi del sole proiettandosi orizzontalmente si rompevano attraverso i rami e le fronde dei begli alberi regolari, e le più vaghe, e fantastiche, e mobili ombre del mondo si disegnavano sul terreno. La gente, quale percorreva in frotta i due sentieri laterali riserbati ai pedoni e coperti di ghiaia minutissima, quale raccolta in capannelli, faceva siepe intorno alla banda. Gli equipaggî non brillavano nè per copia nè per eleganza; però v'era un certo viavai di vetture guidate da Automedonti più o meno esperti che venivano a far mostra della loro destrezza dinanzi al caffè. Ivi era il fiore della cittadinanza, ivi lo sfarzo supremo delle toilettes. La mia qualità di forestiero mi concedeva il diritto d'una escursione critica, e inforcatomi il pince-nez, mi posi a girar tra le sedie e i tavolini col dottor Trigli per Mentore. Non mi farò a ripetere le maldicenze di questo personaggio, il quale conosceva tutti ed era conosciuto da tutti. Solo mi colpì la descrizione ch'egli mi fece d'una coppia che sedeva in disparte e aveva nella fisonomia un misto di boria e di noia. Erano marito e moglie, giovani entrambi, vestiti con una ricercatezza che rivelava l'opulenza, ma faceva a' pugni col buon gusto, e preoccupati soprattutto di parer chiques. Si trovavano a X*** da poco, mi disse il Trigli, ed era la quarta città, in cui avessero fermato il loro soggiorno nel corso d'un anno, non avendone per anco trovata alcuna, nella quale potessero godere in pace i titoli ambiti di conte e contessa. Conte e contessa! Non erano davvero, ma si rodevano di rabbia perchè tali fossero certi loro cugini, e appunto perciò avevano abbandonato il loro paese e si trascinavano di luogo in luogo, sperando che troverebbero un sito, in cui esser creduti sulla parola. Pur sembrava una fatalità. Nè lo scrivere i dolci titoli sui biglietti da visita, nè il cinguettare francese tra loro, nè il sedere in un angolo appartato del caffè per non contaminarsi con la plebe, nè l'aggiungere alla stupidità e svenevolezza propria la svenevolezza e stupidità della haute, era bastato a far loro conseguire l'intento. Dappertutto si scopriva l'inganno, e i poveri patrizî in fieri restavano corbellati. L'aristocrazia non li voleva per un conto, la borghesia non li voleva per l'altro, ed essi rifacevano i loro bagagli e cercavano spiagge più propizie e ospitali. Singolare pellegrinaggio, che dovrà esser tenuto in gran conto da qualche filosofo venturo, il quale studii il tèma della trasmigrazione dei popoli.

Mentre il Trigli rispondeva a due signore che lo chiamavano a nome, e, secondo tutte le apparenze, lo interrogavano sull'esser mio, la mia attenzione fu attirata da un'altra parte. Annunziata dall'argentino tintinnìo dei sonagli, usciva di mezzo alla folla, saltellando allegramente, una capretta di pelo folto e lunghissimo color caffè, seguìta da un contadino, vecchio d'anni, ma d'una vecchiezza rubizza ed alacre, come poteva vedersi dall'occhio vivo e dal passo agile e svelto. Egli portava una giubba verde-mare, le brache di ruvida tela bigia chiuse al ginocchio, le calze turchine attillate in guisa da lasciare scorgere due polpacci assai sodi e massicci, le scarpe con fibbie d'ottone, e in testa un cappello di paglia a larghe falde, sotto cui spuntavano alcune ciocche di capelli bianchi. Nella mano teneva una bacchetta sottile destinata a spingere o a guidare la sua bestia; ma poichè il docile animale non aveva bisogno nè di eccitamento nè di freno, egli se ne serviva piuttosto per galanterìa, come i dandies delle città si servono della loro mazza col pomo dorato. La Eloisa, che sedeva al caffè, si levò d'un balzo, e, apertosi un passaggio fra la gente, raggiunse la bestiuola ed il suo guardiano che parevano entrambi conoscerla. Vidi ch'ella palpava il collo alla capretta, la quale alla sua volta torceva il muso e cacciava fuori la lingua per lambirle la mano, senza però che quest'incontro l'arrestasse punto sul suo cammino. Era invece Eloisa che si era accompagnata alla piccola comitiva. Procedettero tutti e tre in mezzo alla strada per alcun tratto; indi, ormai oltrepassata la folla, si posero per uno dei due sentieri laterali. La signora Agnese, infatuata a discorrere con due o tre donne, non aveva posto mente al subito involarsi della figliuola; il signor Antonio, dal canto suo, era occupato a tener desti il pretore ed il farmacista, i quali ad ogni tratto lasciavano cadere la testa pesante dal sonno. Mi prese vaghezza di seguir la simpatica fuggitiva, e studiai il passo per avvicinarmele. E, invero, s'io non mi fossi affrettato, l'avrei perduta di vista, chè, indi a poco, ella ed i suoi compagni presero un viottolo chiuso fra due siepi. Fu colà appunto ch'io la raggiunsi. Ella sentì che alcuno camminava dietro di lei, e si voltò. Come mi scorse, si tinse di porpora e parve visibilmente confusa. Il contadino e la capretta si fermarono anch'essi un istante, e il vecchio si levò il cappello di testa.

— Eloisa, — io le chiesi, — ove vai? — (Potrei esserle padre, onde non v'è nulla di sconveniente nella formula confidenziale del tu.)

Abbassò gli occhi a terra, ma non certo come fa chi deve confessare una colpa. Indi balbettò con un forzato sorriso:

— Vado qui vicino, dalla Brigida.