Ella beveva a sorsi, affannosamente, e, ad ogni sorso, se Eloisa non l'avesse sostenuta, avrebbe certo lasciato cadere la testa sul guanciale, tanto le si vedeva dipinta la stanchezza sul viso. La capretta era lì immobile davanti al letto, col muso all'insù, cogli occhi fisi nella malata, da far parere ch'ella medesima ne avesse compassione. Gigi, sollevando una delle sue gambine, si provava a mettersi a cavallo della buona bestia, che lasciava fare; ma Giuseppe (era il nome del contadino):

— Bada — gridò — che tu non me la schiacci, — e lo fece smettere.

E la madre dal suo letto ammoniva: — Gigi, Gigi, sii tranquillo.... —

Indi rompeva in uno scoppio di pianto. — Povera creatura! povera creatura!...

— Via, Brigida, fàtti animo, — disse amorevolmente Eloisa.

Ma l'altra non tralasciava di piangere e soggiungea singhiozzando:

— O.... se non fosse per lui.... me ne importerebbe assai a me di morire!... Già.... per quello che ho goduto quaggiù.... che altro posso desiderare che un po' di pace?... Ma è lui.... è lui.... povero bambino.... lui.... che resta solo nel mondo.

— Domani lo volete il latte, Brigida? — chiese Giuseppe, appena la si fu un po' calmata.

— Domani! — ella rispose — oh! no.

— E perchè? — domandò Eloisa.