V.

Quando il signor Bernardo nel suo colloquio con l'Angelina disse di non sentirsi più buono a nulla, il poveretto esprimeva una cosa che era pur troppo vera. La difficoltà di comporre amichevolmente le sue faccende, il contegno ostile di alcuni creditori, la diserzione de' più fidati amici, e sopra tutto il pensiero del suo buon nome perduto, gli travagliavano l'animo siffattamente da renderlo inetto ad ogni lavoro. Non si riconosceva più. Aveva serbata la consuetudine di scendere la mattina per tempo nel banco, ma ivi giunto abbandonavasi sul suo seggiolone, rimanendovi immobile e muto, sinchè taluno non venisse a scuoterlo. Alle domande che gli erano rivolte rispondeva con monosillabi, i due commessi che attendevano ancora alla liquidazione dell'azienda dovevano regolarsi di proprio capo, tanto ardua impresa era quella di levargli una parola di bocca. Pur tratto tratto pareva risentirsi, e cercava fermare la mente su qualche disegno per l'avvenire, e si alzava, e gli si spianavano per un istante le rughe della fronte; ma di lì a poco lo vinceva la diffidenza di sè, e ritornava nel posto e nell'atteggiamento di prima. In casa, e specialmente con le due figliuole minori e con l'Angelina, era affettuoso, tenero come al solito: ma nè i baci dell'Amalia, nè le carezze della Matilde, nè lo sguardo amorevole, nè la parola confortatrice della nipote avevano virtù che bastasse a ravvivare le sue fibre intorpidite. E quando mercè il sacrificio di tutto il suo avere e per le cure operose di un legale, amico di casa, gli venne fatto di accomodare le cose sue senza lo scandalo dell'azione dei tribunali, il suo spirito anzichè sollevarsi si accasciò maggiormente. Che se prima si cullava per qualche minuto nell'illusione di poter riguadagnare un giorno a sè il nome d'un commerciante senza macchia, alla sua famiglia gli agî di una tranquilla esistenza, ora che facea d'uopo di romper gl'indugî e mettersi all'opera, si sentiva troppo disuguale all'impresa, e dalla difficoltà di risorgere misurava la profondità della caduta. E invero n'aveva ben donde. È agevole perdere le abitudini della economia, non così quello dello scialacquo, e in casa Mauri non v'era nè tanta forza d'animo, nè tanta virtù di rassegnazione da sapersi acconciare alle vicende della fortuna. Le facoltà della famiglia si riducevano ormai a qualche migliaio di lire della dote della signora Clara e al frutto del piccolo patrimonio dell'Angelina. Poco importa al lettore se la signora Clara per una innocente dimenticanza affermava che tutto il dispendio pesava sulle sue spalle, e che non vi sarebbe stata altra donna al mondo così pronta a sacrificarsi pel bene altrui. Forse in cuor suo ella sentiva di andar debitrice di moltissimo alla nipote, ma appunto per questo le si mostrava più fredda che mai. Non dovrebbe essere, ma pure è così: a venire in uggia ad una persona non c'è più sicuro modo che quello di renderle servigio. Il beneficato sbuffa come Encelado sotto il peso immane della riconoscenza e se ne sta all'erta per trovare i secondi fini della liberalità altrui, e se può scoprire mille difetti al benefattore, gli è come se avesse guadagnato un terno al lotto. Eppure chi rinunzierà per questo alle dolcezze di sovvenire alle miserie, di alleviare i dolori? Non certo anime soavi come l'Angelina, per le quali l'abnegazione diventa un'abitudine, per guisa da non accorgersi nemmeno ch'ella è una virtù. Il peggio si era che, alla lunga, con quelle entrate riusciva impossibile di tirare innanzi. Dal signor Bernardo non potevasi più sperar nulla: s'era provato, riprovato più volte, e non gli reggevan le forze; egli lo diceva con indescrivibile malinconia: — Sono diventato un mobile della casa e nulla più. — Intanto gl'imbarazzi crescevano; ogni giorno conveniva pensare a diminuire qualche spesa; oggi licenziare il maestro di musica, domani rinunziare a un vestito, un altro giorno a un piatto a tavola, e poi? Quando si fosse dato fondo alla dote della signora Clara, che cosa sarebbe rimasto? Non un centesimo fuori della sostanza dell'Angelina. Ora la giovinetta, che il giorno dopo la catastrofe aveva offerto allo zio tutto il suo avere, affinch'egli se ne servisse a pagare i suoi debiti e a ricominciare con maggior lena la via, non si sentiva più l'animo inchinevole a tanto sacrificio. Ella era pronta a dividere co' suoi ospiti anche l'ultimo tozzo di pane, pronta a vivere in più umile dimora e a vestire più dimessa; ma le ripugnava l'idea di veder travolta quell'ultima àncora di salvezza, di veder dileguarsi senza frutto la scarsa eredità de' suoi genitori. Aveva retto l'ingegno quanto buono il cuore, ed ella intendeva che il dare tutto il suo non servirebbe che a procacciare alla famiglia qualche anno di agiatezza, in fondo ai quale ed ella e gli altri troverebbero la miseria e forse l'indigenza. È agevole però immaginare se di questa sua saggezza non si mormorasse in famiglia. La signora Clara pareva tutta trionfante di poter dire al marito: — Vedete a che cosa si riduce la virtù della vostra protetta! Offerte d'ogni maniera, quando sapeva che non avreste nulla accettato; ma ora, al punto in cui siamo, non fiata nemmeno e la ci lascerà andare in rovina senza tenderci una mano. Diavolo! La vuol serbare intatta la sua dote. O che non l'ho sacrificata io la mia dote? Eh! l'ho sempre detto io che non si doveva fidarsi, e che ci eravamo presi a riscaldare una serpe.... Già voi non fate nulla, non tentate nemmeno di sollevare le vostre creature, e questa è la causa più grande de' nostri guai.... — Il pover'uomo, mortificato com'era e conscio de' suoi torti e della sua impotenza, mal riusciva a difendere la nipote così ingiustamente assalita, e forse mentre vedeva a pochi passi il precipizio e sentiva di non poterne recedere, maravigliavasi anch'egli che l'Angelina, la dolce Angelina, da lui stimata il buon genio della famiglia, non accorresse sollecita a tendergli le braccia, ad aiutarlo nelle sue nuove strette. Nè alla fanciulla sfuggivano siffatte mormorazioni sul conto suo, ma ell'era tanto sicura della propria coscienza da non darvi peso alcuno e da non far conto delle accuse. Anzi da qualche tempo il suo volto s'era fatto più sereno, e le raggiava dagli occhi una ilarità inconsueta. Usciva talvolta di casa soletta, e al suo ritorno aveva sempre un sorriso sul labbro ed era tutta amorosa e scherzevole verso la piccola Amalia, che le balzava incontro come bambino alla sua nutrice. Figuratevi se di queste sue passeggiate la signora Clara e la Nella facevan commenti: la Matilde stessa non ne sapeva lo scopo. V'era certo qualche amorazzo, qualche scandalo, che il cielo ci scampi e liberi, e la signora Clara aveva già deliberato di venire in chiaro della tresca, allorchè tutto divenne palese. L'Angelina, profittando di alcune antiche conoscenze di casa sua, s'era procurata delle lezioni di musica, col frutto delle quali ella pensava sovvenire a' bisogni più urgenti della famiglia, e se non l'aveva detto a nessuno, era perchè nessuno ponesse ostacoli al suo divisamento. Non ambiva le lodi. Che il signor Bernardo le rivolgesse uno sguardo amorevole, che la Matilde le saltasse al collo baciandola in fronte, era sufficiente guiderdone per lei. E che le importava se la bisbetica zia trovava da ridire in quel suo atto d'indipendenza, e giudicava disdicevole a una ragazza fregiata del nome Mauri di far la maestra di musica? e se ripeteva qua e là che l'era un cervellino balzano e che voleva far le cose a modo suo, e mentre non le mancava nulla di nulla, pur d'emanciparsi s'era buttata a quel mestieraccio? Del resto la signora Clara soggiungeva: — S'accomodi pure, che in fin de' conti non è se non mia nipote, e il suo tutore è quel grullo di mio marito; a me preme soltanto che la non si confonda con le mie figliuole, le quali, finchè vivo io, non andranno certo a guadagnarsi il pane in quella maniera.... Tutt'al più, se si trattasse d'essere istitutrici in una famiglia principesca!... —

Eppure dal dì che, orfana e derelitta, aveva dovuto ricoverarsi sotto un tetto che non era il suo, l'Angelina non si era mai sentita così tranquilla come allora che una vita operosa occupava le sue giornate, e la cresceva nella stima di sè stessa. Ella benediceva la memoria della sua povera mamma, che aveva educato in lei la naturale inclinazione alla musica e fin da bambina l'aveva tenuta per tante ore al suo pianoforte, e ripensava con entusiasmo al precetto sì spesso ripetuto dal padre suo: — Non esservi nulla di più onorevole che il lavoro; nulla che meglio del lavoro doni vigore al corpo, calma allo spirito, dignità all'esistenza. — Ella usciva ogni mattina alle otto, col suo vestito semplice, ma decente e quasi elegante, col suo passo svelto e sicuro, co' suoi diciannove anni sulla fronte, e percorreva senza trepidanza le vie più popolose della città, guardata da molti, non seguita mai da nessuno. I modi elettissimi e la rara abilità nell'arte sua le procacciavano le più liete accoglienze nelle famiglie ov'ella era introdotta, e le sue discepole, che la tenevano in conto d'amica, facevano a gara per usarle ogni specie di cortesia, e chi l'avrebbe voluta seco al teatro, e chi al ballo, e chi in villa. Però l'Angelina non accettava nulla; chè per tutto l'oro del mondo non sarebbe entrata in una società che non era la sua, nè avrebbe consentito a divertirsi, mentre la sua buona Matilde se la passava malinconicamente nella solitudine della sua stanza. Infatti se l'umore dell'Angelina s'era da qualche tempo reso più giocondo che non fosse per l'addietro, un mutamento contrario erasi operato nel carattere della Matilde. La vispa fanciulla aveva perduto da un pezzo la sua ilarità clamorosa: il suo spirito s'era per così dire accasciato sotto il peso di assidui pensieri; e dagli atti, e dall'aspetto, e dalle parole le traspariva un profondo disgusto degli altri e di sè. Vedere l'apatìa della sua famiglia che lasciava ad una estrania l'incarico di riparare alle proprie follie, e imbandiva sul desco il pane guadagnato dai sudori altrui, era cosa che feriva nel vivo i suoi nobili istinti. Ed ella sentiva in cuor suo che di queste colpe era complice, e ch'ella, giovane e vigorosa, avrebbe dovuto seguire l'esempio della cugina e porsi al lavoro. Ma una volta ch'ella aveva lasciato trasparire questo suo pensiero, aveva sollevato contro di sè una tempesta di rimproveri e di contumelie. La signora Clara aveva un'idea tutta sua sul decoro del proprio casato, e perchè nella sventura altro non rimaneva che un nome senza macchia, ella diceva sempre che non si avesse a compromettere permettendo che le figliuole scendessero ad opere mercenarie. Inoltre la Matilde non era di quelle nature energiche che negli ostacoli rinvigoriscono i loro propositi, e, innanzi ad una opposizione così risoluta, sentì fiaccarsi la sua volontà e divorò in silenzio le sue lagrime. Invero ella era divenuta assai infelice. Dacchè l'Angelina erasi fatta necessaria in famiglia, e con la tranquilla fermezza del suo carattere aveva inspirato rispetto ne' più renitenti, gli umori bisbetici della signora Clara e della sua primogenita si sfogavano sulla Matilde, la quale non poteva scendere nel salotto comune senza vedersi fatta bersaglio di mille accuse e mille punture. Le apponevano a colpa la sua ammirazione appassionata per la cugina, quasichè in casa non vi fosse altro di buono e di bello che quella ragazza, quasichè fosse da imitarsi in tutto e per tutto. Già ora le pesava di non potere starsene più l'intera giornata insieme colla sua indivisibile; le pesava di dover lavorare in compagnia di sua madre e di sua sorella. Figuratevi! Loro erano ignoranti, e l'Angelina era un'arca di scienza, che a passar un'ora seco ci s'imparava lo scibile umano. E poi il pianoforte dell'Angelina, che aveva trent'anni, era mille volte migliore di quello della Nella, giunto recentemente dalla più reputata fabbrica di Vienna, e per sonar bene bisognava proprio salire una scala e andare nel santuario della Dea. Del resto, era d'uopo confessarlo, l'Angelina aveva i suoi meriti; ma ella, la Matilde, di che cosa tenevasi, quali erano le sue particolari virtù?... Così martoriavano la povera giovinetta a colpi di spillo, ed ella intanto con febbrile celerità passava l'ago attraverso il suo ricamo, battendo convulsamente sullo sgabello il suo piccolo piedino e soffocandosi per non piangere. Ma quando l'Angelina ritornava a casa verso l'ora di pranzo, affaticata, eppur vispa e serena, col suo rotolo di musica sotto il braccio, con le sue cartoline di dolci in tasca per la vezzosa Amalia, la Matilde sentiva il bisogno di sfogare tra le braccia di lei il dolore represso, e dirle quanto amaramente soffriva.... E l'Angelina, che appena erasi accorta delle ingiustizie commesse a riguardo suo, non poteva a meno di risentirsi delle offese fatte all'amica, e si andava persuadendo che, fuori del suo povero zio e della Matilde, non v'era altri in quella casa, cui mettesse conto di sacrificarsi.

VI.

Era circa un anno che l'Angelina trovavasi in casa Mauri, quando un nuovo ospite venne a rompere la vita uniforme della famiglia e a complicare alquanto le fila di questa troppo semplice istoria. Un lontano congiunto del signor Bernardo, ricco possidente del Bresciano, aveva un figliuolo, il quale, interrotti gli studî a cagione dell'ultima guerra nazionale, desiderava ora riprenderli nella riputata Università di ***. Il padre che teneramente lo amava, quantunque avesse preferito di averlo compagno nella cura de' suoi beni, pure non seppe opporsi alla sua volontà; e per affidare a buone mani il suo Vittorio, e per fare un bene ai Mauri, di cui conosceva le strettezze, deliberò di metterlo presso di loro, a pensione. E poichè egli era uomo liberalissimo, le condizioni pattuite furono tali da recar non piccolo sollievo agl'imbarazzi della famiglia, di che la signora Clara si rallegrò, specialmente nell'idea di torsi alla uggiosa superiorità dell'Angelina. La casa ove abitavano i Mauri, comoda e spaziosa e loro conservata anche dopo i rovesci commerciali dalla benevola indulgenza del proprietario, aveva una stanza isolata nell'appartamento medesimo ov'erano le camere dell'Angelina e della Matilde, ma da queste divisa dal pianerottolo della scala. Fu quella la stanza che si destinò a Vittorio, dopo averla rimessa a nuovo e fornita in gran parte con alcuni mobili che l'Angelina aveva portati seco e ch'ella non adoperava. Non era la prima volta che Vittorio veniva in casa Mauri. Orfano della genitrice in tenerissima età, egli aveva costume di seguire il padre nelle sue frequenti escursioni, e così aveva visitato ripetutamente la città di *** e i congiunti che vi dimoravano. Sennonchè l'ultima sua venuta risaliva a due lustri addietro. Però egli si ricordava benissimo della Matilde, di due anni più giovane di lui, e della Nella che in quel tempo gli era alquanto superiore d'età e sdegnava di mescolarsi coi piccini, e ora invece gli ripeteva con particolare compiacenza di essere stata sua compagna negl'innocenti giuochi infantili, quantunque a mala pena se ne rammentasse perchè era bimba affatto. Comunque sia, Vittorio tornava presso i suoi parenti grande di persona e tarchiato di membra, la fronte abbronzata dal sole dei campi, il mento adombrato dalla prima lanugine, l'occhio nero, espressivo, profondo. Lettori e lettrici, non turatevi le orecchie per carità, se io vi dico che la sua venuta fece passare una corrente elettrica attraverso quella nidiata di ragazze. E non perchè egli fosse bello di virile bellezza, e gli accrescesse attrattiva la memoria dei corsi pericoli; ma, lasciatemelo confessare, perchè egli era uomo, era giovane. Non ribelliamoci alle leggi della vita, non cerchiamo lo scandalo nelle più semplici rivelazioni del cuore, e per soverchio di scrupolo non diamo all'arte l'incarico di ritrarci, anzichè creature umane, figure velate e vaporose, che quando riescono a modo rendono immagine di fantasmi, e, se il tocco dell'artista non è delicato, hanno sembianza di accappatoi. Bando alle metafore! Quale di noi, nella bella età tra i quindici e i venti, non popolò il suo mondo ideale di leggiadre figure femminili, e se vagheggiò la gloria, e se amò la virtù, e se si cullò nella speranza dei domestici idillî, non evocò dal suo pensiero una donna che fosse di questa gloria compagna, di questa virtù consigliera, di queste gioie casalinghe ministra? E quale di noi al fruscìo di una veste, al disegnarsi di un'elegante persona fra i crepuscoli della sera, non sentì un battito arcano che gli fece amare la vita? O colpito per via da una di quelle apparizioni vertiginose che non mancano mai all'adolescente, perchè acquistano il loro fascino dallo stato febbrile del suo spirito, non credette per un istante di aver trovato l'ideale de' suoi sogni, di aver dato forma e sostanza alle sfumature della sua fantasia? Ebbene: mettiamoci un poco nei panni dell'altra metà del genere umano, e facciamo a noi stessi l'onore di credere che quelle medesime creature dell'immaginazione, che turbano dolcemente i nostri sogni, agitano anche quelli delle nipoti d'Eva; sennonchè, mentre a noi piace vestirle di lunghi abiti bianchi e cingerne la fronte di fiori e di veli armonicamente commossi dagli zeffiri, esse invece s'appagano d'una acconciatura meno poetica e forse forse danno un posticino nelle loro visioni anche al cappello alla Metternich, anche alla cerimoniosa marsina. Noi uomini, in un accesso di galanterìa che svela il nostro orgoglio, abbiamo esclamato: — L'ideale è donna — e atteggiandoci a tiranni persino nelle regioni dell'arte, ci siamo dimenticati che le nostre gentili compagne potevano proferire una diversa sentenza, e, pur lusingando la nostra vanità, distruggere l'edificio da noi eretto con sì sicura baldanza.

Però lasciamo andare le digressioni e torniamo al nostro argomento. Può darsi benissimo che la Nella vagheggiasse in Vittorio un marito: nè la Matilde, nè l'Angelina vi avevano sul momento pensato. Era senz'avvedersene che tutte e due mettevano un po' di più cura nel loro abbigliamento; e prima del pranzo, e prima di uscire alla passeggiata, a cui talvolta Vittorio le accompagnava, correvano frettolose allo specchio a ravviarsi i capelli, ad aggiustarsi il vestito, e poi vispe vispe e saltellanti scendevano la scala a raggiungere il loro cavaliere. Era senz'avvedersene che l'Angelina era divenuta più pensosa, e la Matilde avea racquistato parte dell'antica ilarità; così diversamente operava su due cuori di giovinette l'arrivo d'un garzone ventenne.

Vittorio era in quell'età che all'anime e agl'ingegni non affatto volgari dona una esuberanza di orizzonti e di vita, in quell'età a cui sorridono i sogni della gloria e dell'amore, e non v'è mèta così sublime che il pensiero non la tocchi e non la oltrepassi. Le membra sono giovani, spigliate, vigorose come l'intelletto, e a simiglianza degli echi che si rispondono dalle varie parti d'una valle, le vario facoltà dell'individuo s'intendono e armonizzano fra loro. Oggi è voluttà senza pari arrampicarsi per l'erta d'un monte, e immobili e con le braccia conserte ascoltare il muggito del torrente e i cento romori della campagna: domani è fonte di entusiasmo ineffabile l'aprire le pagine di un nuovo libro e avviarsi con un poeta amico ai dolci pellegrinaggi della fantasia. Anni d'impazienze generose e di audaci propositi, nei quali noi disegniamo, per così dire, il programma della nostra esistenza, non dubitando nemmeno se ci verrà dato di mantenerlo. Quanti sono allora che paiono grandi, e son tali davvero, perchè hanno il sentimento delle cose belle, e nobili ed alte! Guardate un albero al principiar della ridente stagione. Com'è largo di promesse, come trapunto di fiori che possono divenir frutta! Si direbbe che i rami non basteranno a reggerne il peso. Ebbene: guardate quell'albero stesso di lì a qualche mese. Esso è grave invero e superbo del suo portato; ma il numero delle frutta, che oggi lo fanno inchinare al suolo a guisa d'ombrello, non può nemmeno paragonarsi al numero dei fiori che lo adornavano a primavera. Delle frutta sperate molte non nacquero mai, molte morirono tristamente, non si sa quando, non si sa come: un'ora di tempesta, una notte di brina, sono le epidemìe della natura: molte non seppero venire a maturità; o mancò loro un raggio propizio di sole, o non ebbero forza di assorbire i succhi vitali; e si nascondono tra foglia e foglia, pallide, rachitiche, dispettose come vecchie zittelle. Saranno forse l'ultime che rimarranno sul ramo, perchè la morte poco si cura di quelli che furono suoi insino dal nascere. Così è l'albero della vita. I fiori a centinaia vi si contano nell'aprile: le frutta belle, appetitose, mature, vi si contano appena a diecine nel luglio. Come! di tanti che si mossero a un punto, e avevano tutti una stella sulla fronte, un sorriso sul labbro, così pochi sono arrivati? La morte, inesorabile mietitrice, ne ha tanti falciati sul suo cammino? Oh! non era solamente la morte. A chi mancò l'energia dei propositi, a chi la perseveranza contro le avversità; i più, quando videro spegnersi la fiamma fulgidissima, ma passeggiera, che nell'alba degli anni spande i suoi raggi per l'universo, non ebbero la virtù di accendere la fiaccola modesta che non abbaglia, ma rischiara, che non lascia forse indovinare in sulle prime la mèta, ma vi ci guida, segnando di non dubbia luce il cammino. In tal guisa divennero le pallide e tisiche frutta dell'albero, e invano, quando l'autunno farà più rare le foglie, godranno senza contrasto il beneficio della pioggia e del sole: l'esperienza sarà come un germe gettato sopra il duro macigno: vi si posa, non vi s'insinua.

Noi non diremo a quale specie d'uomini appartenesse Vittorio, se a quelli che toccano la mèta o a coloro che s'arrestano a mezza via; chè dopo il periodo di tempo compreso in questa novella lo abbiamo perduto d'occhio: certo ch'egli era tra i più promettenti; di fantasia vivacissima, d'intelligenza pronta ed arguta. Sennonchè gli mancava forse quella che gl'Inglesi chiamerebbero solidità di carattere, e che si manifesta nella perseveranza de' propositi, nella tenacità irremovibile in alcuni principî. Buono ed onesto, era però un tantino incostante e leggiero, v'era un po' di fatuo ne' suoi entusiasmi, un po' di sfumato nelle sue convinzioni. Ad ogni modo, era bello, ardito, poetico, aveva una cicatrice sul petto, ricordanza di recenti battaglie.... a venti anni che può desiderarsi di più? Il suo umore, come in tutte le nature ricche, era dotato di una grande elasticità, e passava più volte in un giorno dalla schietta giovialità a una tal quale malinconia, che cresceva dolcezza ed espressione alla sua fisonomia. Amava smisuratamente i versi, e aveva divorato i volumi di quasi tutti i migliori poeti d'Europa, chè appunto per conoscere alcuni capolavori nel loro idioma originale erasi accinto allo studio delle lingue straniere. Versi ne faceva anch'egli, però nulla più che mediocri, e anzi soleva alzarsi dal suo scrittoio con la fronte annuvolata, ben sentendo come le idee gli morissero nell'inchiostro, e la penna mal sapesse seguire la foga de' suoi pensieri. Del resto chi non fa versi, e cattivi versi, a vent'anni? Quanto ai suoi codici, chè Vittorio era studente di legge, egli non se ne dava troppo pensiero, e assai più sovente vedevasi aperto sul suo tavolino un volume del Leopardi, o del Musset, o del Byron, che non il Regolamento di procedura penale o il Trattato di diritto romano del celebre professore.... Molto spesso, dopo essersi quasi addormentato sopra uno di que' grossi e sapientissimi libri, balzava dalla seggiola e si recava nella stanza dell'Angelina, ove a certe ore convenivano la Matilde e l'Amalia. L'Angelina era per solito al suo pianoforte, tutta intenta in qualche musica nuova, e quella bricconcella dell'Amalia le sedeva a fianco sopra un trespolo, facendo di tratto in tratto scorrere le sue piccole dita sui tasti, con certi suoni scordati ch'era uno spasso a sentirla; mentre la Matilde ricamava accanto alla finestra. All'entrare di Vittorio, che, confessiamolo, amava meglio che gli altri badassero a lui che non di badare agli altri, le due ragazze smettevano le loro occupazioni, e anche l'Amalia lasciava in pace i tasti del cembalo, e il giovane non si faceva pregare a declamare qualche strofa o a narrare qualche avventura della sua campagna. Non sarà stato tutto oro di zecca, ma perchè egli aveva l'arte del porgere, e poichè de' rischi ne avea corsi davvero e ne avea toccata una buona ferita, le fanciulle pendevano dalle sue labbra e lo tempestavano di domande. Ed egli si compiaceva di tener viva la curiosità delle cugine, e l'affetto destato in due leggiadre ed ingenue giovinette gli accresceva valore ai suoi proprî occhi: era il mirto che s'intrecciava all'alloro. Poi, diciamo le cose come sono, egli era soddisfattissimo che quelle ragazze fossero due, invece di una sola. Non aveva intendimento nè di sedurle, chè l'onestà del suo animo rifuggiva pur anco dal pensiero di tale infamia; nè di sposarle, chè troppo gli era cara la sua libertà, e troppo sentivasi alieno dal matrimonio. Ed egli, mostrandosi ad un tempo cortese e galante verso di entrambe, teneva per fermo di assicurare sè dalle tentazioni e loro dalle lusinghe, acquistandosi intanto verso i suoi condiscepoli il vanto di giovane in grazia del bel sesso.

VII.

Anzi un bello spirito della scolaresca lo chiamava Paride contrastato dalle tre Dee, mettendo nel conto anche la Nella, che vi si sarebbe acconciata assai volentieri, ma ch'era proprio fuori di combattimento. Il suo sentimentalismo non aveva fatto che destare l'ilarità di Vittorio. Gli piaceva in Matilde la franca giovialità del carattere, in Angelina l'indole riflessiva e dolcemente meditabonda; ma la Nella con que' suoi sospiri e quella sua facilità alle convulsioni gli pareva in ritardo di un secolo. Era una provinciale che aveva preso le mode della città cent'anni dopo che la città se n'era scordata, una cameriera svenevole dei tempi di Luigi XV, trapiantata non si sa come in mezzo al secolo XIX. La signora Clara che, come si è visto, aveva una predilezione speciale per la sua primonata, non sapeva darsi pace che il gusto degli uomini si fosse pervertito in guisa da non apprezzare tanta squisitezza di modi e di sentimento, e le si accresceva ognor più quel superbo disprezzo del mondo e dei tempi, col quale ella confortava da un pezzo i disinganni amorosi della sua Nella. E in verità, aver dato a una propria figliuola un nome così romantico, e vederla costretta a sfogare la sua poesia in un eterno monologo, è cosa da far venire la stizza anche a persone più tranquille e assennate che non fosse la signora Clara. Chi subiva gli effetti di queste beghe domestiche era pur sempre la Matilde; chè l'Angelina, sebbene la più docile, e buona, e rimessa fanciulla del mondo, aveva nell'aspetto e nei modi una certa quieta dignità, che faceva morire sul labbro le rampogne e i sogghigni. Ahi! la Matilde non poteva più dimenticare la freddezza materna nelle festose carezze del padre. Fin da quando ell'era piccina, allorchè la sua mamma la sgridava, ella scendeva in banco, ed era certa di veder farlesi incontro tutto sorridente e amorevole il suo buon genitore, che la teneva seco e le dava da scartocciare de' vecchi campioni, non senza visibile scandalo del signor Menico, l'antico commesso. Ella metteva ogni cosa sossopra, e più d'una volta il rispettabilissimo signor Menico, mentre stava per intestare in bella scrittura rotonda le partite del suo registro, mordendosi il labbro inferiore e facendo fare due giri in aria alla sua penna d'oca, come uccello carnivoro che svolazza intorno alla preda, ebbe a ricevere un urtone al gomito che gli scompose le idee, e nel luogo delle cifre meditate mise una larga macchia d'inchiostro. Erano dolori terribili pel signor Menico, ma la bambina dava in uno scroscio di risa, e suo padre, pur rimproverandola, non poteva a meno di parteciparne la ilarità. E adesso il banco era deserto e la polvere si ammonticchiava sui vecchi scaffali, e ii librone, testimonio delle arditezze calligrafiche del signor Menico, era chiuso forse per sempre. Il povero signor Bernardo, nè abbastanza rassegnato contro le ingiurie della fortuna, nè abbastanza energico da trovarsi nuove fonti di lucro, menava la più misera vita che idear si possa. Errava senza riposo di stanza in stanza, pallido, taciturno, con gli occhi bassi e con le guance infossate: ora prendeva sulle ginocchia l'Amalia, ora saliva nella cameretta della Matilde, ora moveva incontro all'Angelina, quando il passo svelto e spigliato di lei facevasi sentire su per le scale, ora infine mettevasi a sedere nel salotto da pranzo, ove lavoravano sua moglie e la Nella; ma dappertutto lo inseguiva una cura assidua e molesta. Così la Matilde, sola gran parte della giornata, fatta segno all'ironia di sua madre e della sorella maggiore, non vedendo da un lato che malignità, dall'altro che malinconia, sentivasi oppressa dall'atmosfera in cui viveva. L'Angelina glielo aveva susurrato più volte all'orecchio. — Conveniva ch'ella desse uno scopo alla sua esistenza, conveniva ch'ella dicesse: — Io mi sacrifico per rendere meno amari gli ultimi giorni del padre mio. — Invece di starsene immobile a subire rampogne immeritate, tentasse anch'ella di render proficua la sua educazione, cercasse lezioni di ricamo; ella, l'Angelina, gliele avrebbe procurate, e stesse pur certa che sua madre avrebbe finito col darsene pace. Forse, chi sa? l'esempio della figliuola avrebbe rianimato anche il signor Bernardo; forse la Matilde, divenuta utile, operosa, avrebbe potuto dirgli quelle parole che l'Angelina non aveva diritto di proferire, avrebbe potuto ravviarlo sul cammino dell'attività e del lavoro.... — La Matilde ascoltava con affetto, con entusiasmo quasi, le ammonizioni della cugina, e intendeva la saggezza de' suoi consigli e proponevasi di seguirli; ma poi il pensiero delle difficoltà l'arrestava, e ricadeva scorata nelle sue irresolutezze. Ella non voleva confessarlo a sè medesima, ma pure un'altra idea meno generosa andava facendosi signora del suo spirito; quella di uscire più presto che fosse possibile di casa sua, di entrare in una nuova famiglia. Ognuno di noi ha un limite, oltre al quale non giunge la sua potenza d'annegazione e di sacrifizio; finchè non si tocchi quel punto, l'esercizio della virtù riesce facile e dolce, e male acquista rilievo la diversità dei caratteri. Un'esistenza tranquilla, dalle pacate commozioni e dai placidi affetti, avrebbe reso malagevole al più acuto osservatore di giudicare se fosse maggiore la bontà dell'animo in Angelina o in Matilde: erano entrambe piene di simpatia per gli altrui dolori, entrambe create ad intendere la soavità dell'amicizia e la consolazione di ricambiate confidenze. Sarebbero state tutte e due ottime spose, ottime madri. Ma non bastava! La sorte imponeva di più, e qui si fece palese la diversa tempra dell'animo loro. L'Angelina resse alla prova; la Matilde lottò, lottò, e quindi si lasciò trascinare dalla corrente. Accade poi, che chi tenia un sacrifizio maggiore delle sue forze, se non gli vien fatto di compirlo, subisce per rimbalzo una specie di reazione, che lo fa più sollecito di sè stesso, men curante degli altri. Questa mutazione operavasi lentamente in Matilde. Poichè s'avvide di non poter seguire gli esempi e i consigli dell'Angelina, di non potere al pari di lei sfidar la resistenza della famiglia, e i pregiudizî del mondo, e la fatiche d'una vita affannosamente operosa, ella, senza saperlo, si ripiegò su sè medesima, e cedette alla cura del proprio avvenire. Un sentimento naturale alla sua età ed al suo sesso erasi impadronito di lei fin da quando venne in casa Vittorio. Non era un sentimento tranquillo come l'amicizia, nè febbrile come l'amore: era quel non so che di vago e sfumato, che a vent'anni avvicina i giovani alle fanciulle e le fanciulle ai giovani: era quella specie di crepuscolo ch'è ad un tempo tramonto ed aurora, perchè in esso volge al suo termine l'età ingenua e fidente, e sorge l'età delle gagliarde commozioni, ricca di ebbrezze e di disinganni. Ed ora, dopo alcuni mesi che Vittorio le stava dappresso, la giovinetta sentiva farsi ogni dì più tenace il vincolo di simpatia che la legava all'ospite suo; e già le balenava al pensiero di poter nel lontano avvenire associare la propria sorte alla sorte di lui e diventare sua sposa. Oh! un cervellino di donna va rapidissimo nelle sue immaginazioni.... Quanto a Vittorio, egli si era messo a un giuoco assai imprudente. Per la vanità di farsi credere ben accetto a due ragazze leggiadre ed oneste, egli aveva usato verso le due cugine quei modi che, se non toccano i limiti della passione, oltrepassano quelli della cortesia; aveva sperato che, corteggiandole entrambe, nessuna delle due avrebbe preso troppo sul serio la cosa, ed ora trovavasi al punto, che l'una lo vagheggiava già per marito, e l'altra.... oh! entro il cuore dell'altra era ben più difficile di leggere! L'Angelina non sapeva forse ella stessa veder chiaro nei suoi affetti e nei suoi pensieri.... Pure la sua pace se n'era ita.... E perchè? Era forse una passione irresistibile che l'attraeva verso Vittorio? — No. — Le aveva egli parlato d'amore? — Schiettamente mai. — Erasi egli servito con lei di espressioni diverse da quelle ch'egli usava con la Matilde? — Nemmeno. — Ad ogni modo era un fatto che certi discorsi preferiva farli a lei anzichè alla cugina. Con la Matilde rideva più spesso, è vero, e se nelle passeggiate del dopo pranzo la volubile fanciulla, abbandonandosi a un accesso d'infantile allegria, si metteva a correre per la campagna, egli la inseguiva scherzoso, e cogliendo un fiore del prato glielo intrecciava nei bruni capelli. Con lei invece aveva più di riserbo. Ma a lei amava discorrere dei suoi studî e declamare i suoi versi; a lei più volentieri parlava della sua casa e dei ricordi della sua infanzia. Con che minuta diligenza le descriveva le varie parti della sua tenuta, le vaste praterìe irrigate artificialmente, i vigneti che rivestivano il pendìo meridionale della collina, i gelsi piantati attorno al verziere; le ampie sale, ove il filugello compieva le maravigliose trasformazioni; l'uccellatolo, in cui passava lunghe ore insieme con suo padre; la cascina, nella quale era un moto, un andirivieni continuo, e le villanelle, cantando a piena gola, preparavano i solidi pani di burro, che poi recavansi a vender sul mercato della città. Un giorno Vittorio, nel chiudere il suo discorso, disse sospirando: — Sapete che cosa ci manca alla bella tenuta di mio padre? Ci manca una donna ordinata, operosa, che tenga le redini delle faccende, che si occupi un poco più de' coloni, che pensi alla loro educazione, al loro avvenire. Mio padre è un uomo angelico, ma è soprattutto un uomo d'affari, e certe cose non gli vengono in mente.... oh! se fosse viva la mia povera mamma! Io avevo sei anni quando l'è morta, e me ne ricordo come d'un caro sogno: eppure ho presente un giorno che mi condusse seco alla scuola da lei istituita pei figliuoli dei contadini.... Era in una sala terrena della fattoria, era il giorno degli esami: ella vestiva un abito di lana color cenere, a un dipresso come il vostro, e non aveva altro ornamento che una dalia rossa nei capelli.... Com'era dolce il suo aspetto, come insinuante la sua parola, come affettuoso il suo sorriso! Que' piccini la guardavano con un misto di venerazione e di tenerezza, ed io, seduto a' suoi piedi.... oh! me ne rammento come se fosse oggi.... provavo un senso d'orgoglio, che non sapevo spiegarmi. Ella morì poco dopo, e fu un lutto profondo in tutta la villa. Ogni casolare ne pianse come di affanno domestico, chè più non si vide nei giorni del dolore e della malattia una pallida e bionda persona venirne ministra di soavi conforti, e più non s'udì una voce amorevole intenta ad estirpare i mille pregiudizî delle ignoranti contadinelle. La scuola rimase aperta ancora per qualche tempo, ma nessuno più invigilava, acciocchè i bambini la frequentassero, e in pochi mesi rimase deserta e fu chiusa. La memoria della donna esemplare vive però tuttora nell'animo di que' fidi coloni, e non si può parlarne senza spremer loro le lagrime dagli occhi.... — Ed erano lagrime sincere quelle che versava Vittorio nel rammentare sua madre perduta da sedici anni. L'Angelina, orfana anch'ella, mal poteva frenare la sua commozione. Pure quelle confidenze le lasciavano un senso d'infinita dolcezza nell'animo: ella le serbava gelosamente come si serba un tesoro, come si educa un fiore, nè v'era dono al mondo che più di questo potesse esserle caro. Così almeno ella pensava. Però una sera Vittorio, tornando a casa, portò un cartoccio di chicchi all'Amalia, una polka nuova alla Nella, un mazzolino di gaggìe alla Matilde e una dalia rossa all'Angelina. Tutti sorrisero di questo singolare presente, ma l'Angelina si fece color di porpora, e si ritirò nella sua stanza, mettendo la dalia in un bicchier d'acqua sopra il suo tavolino. E immobile, e senza parola, seduta dinanzi a quel fiore, con la mano sinistra abbandonata sulle ginocchia, e premendo con l'indice della destra il labbro inferiore ed il mento a guisa di chi sta meditando, si lasciò andare ai voli arditi della fantasia. E si ricordò dei colloquî avuti con Vittorio, e di quanto egli le avea detto circa il suo podere, e della dalia rossa che adornava, sedici anni addietro, i capelli della madre di lui, e del bene che una donna, ordinata, operosa, potrebbe fare nella vasta tenuta, e per un istante le venne l'idea di essere ella medesima l'angelo tutelare di quei luoghi, di prendere il posto della genitrice di Vittorio, tanto desiderata e compianta.... Stolta ch'ell'era!... Vittorio godeva d'ogni agiatezza, ed ella non possedeva che una tenue sostanza.... Vittorio, bello, giovane, elegante, ben d'altro curavasi che di farla sua sposa. Pure egli avrebbe fatto assai meglio a non recar con sè quella dalia!...