— Tu sei commossa, Angelina, sei commossa per me, non è vero? — E così dicendo s'era abbandonata fra le braccia della cugina, e le due giovinette piansero insieme. L'Angelina ruppe il silenzio la prima.

— Acquetati, Matilde, prendi un po' di riposo; domani riparleremo a miglior agio, ora è tardi, io sono un po' stanca.... a domattina, sai....

— Ma dunque non mi prometti nulla? Vuoi abbandonarmi?

— Oh! Matilde, dubiteresti di me?

— Giammai, giammai, — rispose la Matilde con un accento convinto, che scosse profondamente l'Angelina.

In quella sonarono le dieci; chè il colloquio delle due giovinette aveva durato più di quattr'ore, e, senza che se ne avvedessero, le avea sopraggiunte la sera. Era una bella e limpida notte di agosto: l'aura olezzante di caprifoglio e d'acacia entrava per le finestre spalancate, la luna nel pieno suo disco tenea luogo di ogni altra face. Le due ragazze si alzarono in silenzio, e l'Angelina, ch'era un po' all'ombra, tenea fise le pupille nella Matilde, il cui volto era rischiarato dalla luce fredda e scintillante ad un tempo che inondava la stanza. Ed era egli realmente un effetto di luce che la trasfigurava così, o era il soffio creatore della passione? L'Angelina non l'aveva mai veduta sì bella, e, tali sono le contraddizioni del cuore umano, ella, già quasi deliberata all'estremo dei sacrificî, pur tremava che Vittorio entrasse in quel punto e fosse colpito dalle grazie peregrine della sua rivale. La ricondusse fino alla soglia e poi si trascinò al suo letto, come glielo concedevano le forze stremate e lo spirito agitatissimo, e si gettò boccone sulla sponda celandosi il volto fra le mani, e tentando raccogliere i suoi pensieri. Ma non le venne fatto, e si alzò nuovamente, e si approssimò alla finestra per prendervi una boccata d'aria: guardò il cielo limpidissimo e la campagna rischiarata dalla luna e la tremula striscia del fiume che si perdeva nella pianura, udì il sibilo acuto della strada ferrata che solcava i campi lontani, e il gracchiare della stridula cicala tra le foglie degli alberi, e il gemito amoroso della colombella sotto la gronda ospitale, aspirò il profumo dei fiori che confidano alla notte i loro segreti, sentì il concerto armonioso che governa il creato, e non sorrise, e non pianse, e non disse parola. Poi si staccò dal balcone come se vi soffocasse, e rientrando nella stanza urtò col gomito nel tavolino: qualche cosa ne cadde e si ruppe. Si chinò al suolo e la sua mano toccò frantumi di vetro ed un fiore. Era appunto la dalia, a cui ella poche ore prima aveva voluto prolungar l'esistenza, era la dalia che a lei significava amore e speranza. L'Angelina non era superstiziosa, ma le parve che quella tazza in frantumi, che quel fiore caduto, volessero dirle: — Destati: il tuo sogno è finito. — Rizzossi in piedi, e stette qualche minuto a contemplare gli avanzi della sua cara illusione, come si contemplano le rovine d'un antico edifizio; indi si lasciò cadere sopra una seggiola, e proruppe in dirottissimo pianto. In quel punto s'intese qualcuno salir con rapido passo la scala, zufolando uno de' più popolari motivi del Ballo in maschera. Era Vittorio che ritornava dal teatro. L'Angelina involontariamente sollevò il capo e tese l'orecchio. Ma non sentì altro che aprirsi e richiudersi l'uscio della stanza di Vittorio: in un istante tutto era tornato nel silenzio di prima.

IX.

Eppure Vittorio non era un libertino volgare che si compiace del male che fa intorno a sè: era un poco leggiero, un po' spensierato, e non altro. Egli andava lieto di destare la simpatia delle due cugine, e forse anco di suscitare un senso di rivalità fra di loro; ma non supponeva nemmeno che quella simpatia dovesse mutarsi in amore, ma credeva, ed era questo il suo inganno, che due cuori inesperti di giovinette potessero arrestarsi a tempo sullo sdrucciolevole terreno, sul quale egli medesimo le aveva poste. Era però tanto accorto da avvedersi ormai dell'errore commesso, e l'avvenuto di quegli ultimi giorni gli era stato una rivelazione. Bisognava assolutamente ch'egli, pur rimanendo cortese, si ristesse dalle soverchie assiduità verso la Matilde per non dar pascolo a funeste illusioni. O forse non sarebbe stato conveniente di venire a dirittura a una spiegazione franca e sincera, e chiarire alla giovinetta com'egli intendeva di essere buon amico e nulla di più? Gli balenò alla mente anche l'idea di incaricare del delicato messaggio l'Angelina, ch'era d'indole così buona e discreta: poi se ne ricredette, e giudicò miglior consiglio di non appigliarsi a un troppo precipitoso partito, e di stornare invece adagino adagino il pericolo. Finalmente si soffermò a indagare un poco i segreti del suo cuore. In quell'arrisicato gioco d'equilibrio, a cui s'era messo per solo istinto di giovanile galanterìa, era egli ben certo di non avere piegato nè da una parte, nè dall'altra? Era certo di essere così scevro d'ogni occupazione seria dell'animo, com'era per lo addietro? In verità non faceva d'uopo d'un lungo esame per accertarsi che nessuna passione violenta s'era impadronita di lui. Non c'è pericolo che chi domanda a sè stesso: — Sono innamorato? — sia sul punto d'impazzir per amore. Ma che cosa volete? Quelle due immagini di donne, di così diversa bellezza, eppur entrambe sì belle, non gli volevano uscir dallo spirito. E mezzo assopito com'era, cedendo alla vanità naturale del suo carattere, gli sembrava di essere il pastore dell'Ida in mezzo alle Dee: e quando gli passava innanzi la Matilde gaia, espansiva, con le pupille nere e i neri capelli che spiccavano sulla sua carnagione bianchissima, egli stava lì per darle la palma; ma poi più contegnosa nella gioia, più composta nella malinconia e gli occhi pieni di pensiero e d'affetto gli si affacciava l'Angelina, ed era un fascino irresistibile che lo attraeva verso di lei. Qual fosse la catena che vincolava la libertà de' suoi movimenti, non avrebbe saputo dirlo egli stesso: pur libero affatto non era, pur non era uscito della mischia senza ferita. E quanto più mulinava il modo di rompere quei fili invisibili, tanto più il suo pensiero vi si smarriva e le contraddizioni del suo carattere gli suscitavano mille difficoltà imprevedute. Così nulla concludendo, finì coll'addormentarsi e col rimandare al mattino la soluzione dell'arduo problema.

Neppur la Matilde passò la più placida notte del mondo. La repentina violenza della sua passione le avea messo la febbre addosso, ed ella si rivoltolava tra le coltri senza poter chiudere occhio. A' dubbî suscitati dall'Angelina non voleva badare affatto, ma contro sua voglia essi ritornavano a molestarla come la mosca importuna che par si compiaccia nell'infastidirvi. Non era forse vero ch'ella aveva troppo rapidamente aperto il cuore alla speranza, e che supponeva in Vittorio un affetto, di cui egli non le aveva dato nessuna valida prova? E bisognava pur venirne a capo e sapere a che cosa attenersi. Ma qui il timore di una verità incresciosa la disanimava dal far più profonde indagini; ed ella preferiva lasciar parlare la voce del cuore, che le diceva: — Non è possibile ch'egli non ti ami. — Strano a pensarsi: in mezzo a' suoi dubbî non le venne mai quello che l'Angelina potesse amar ella Vittorio; è la più semplice ipotesi che ultima s'affaccia allo spirito. Ma v'era anche un altro motivo che sviava la sua fantasia da questa supposizione. L'Angelina aveva tanto avvezza la famiglia al sacrifizio di sè, da non lasciar nemmen campo all'idea ch'ella potesse opporsi come un ostacolo alla felicità altrui. Il mondo è fatto così. A chi opera il bene una volta tanto piovono le lodi e le testimonianze di riconoscenza; ma quando il praticare il benefizio diventa una consuetudine della vita, diventa del pari una consuetudine pel beneficato il riceverlo: non si tien conto all'uomo delle buone azioni che ha fatto, ma si biasima acremente di quelle ch'egli non volle o non seppe compiere: l'annegazione, che per gli altri è una virtù, per lui è un dovere. In questa maniera, se la Matilde avesse supposto che il povero cuore dell'Angelina osava battere degli stessi battiti suoi, e che a lei, derelitta nel vasto universo, balenava il desiderio d'un nuovo affetto, d'una nuova esistenza, ella non avrebbe lasciato certo di chiamarla ingrata e cattiva. Ma non vi pensava, e del modo col quale l'Angelina avea accolto le sue rivelazioni, accagionava la maraviglia e null'altro, e non metteva in dubbio che in lei avrebbe trovato una discreta confidente, un efficace strumento dell'amor suo.

Sfortunata Angelina! Ella era rimasta lungamente nella posizione, in cui l'abbiamo lasciata, dinanzi al suo tavolino, dinanzi alla sua tazza infranta, alla sua dalia appassita; aveva intesa, e l'era parsa una crudele ironìa, la voce di Vittorio che canticchiava mentr'ella piangeva, e sentiva pesarle tremenda sull'anima l'inesorabilità del destino. Qual'era stata la sua vita da due anni in qua? Un sacrifizio continuo d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni minuto. Ella aveva diviso il suo pane con gli altri; aveva con l'opera sua servito ad alimentare la vanità di due donne sciocche e bisbetiche, quali erano la signora Clara e la Nella; aveva forzato il labbro al sorriso per rasserenare la fronte annuvolata del suo povero zio; erasi acconciata con lieto animo alle privazioni, e mai non l'era sfuggita una parola di rimprovero, e mai un lamento. E che ne aveva ella avuto in ricambio? Da alcuni la indifferenza superba, dagli altri quell'amore egoista ch'è largo soltanto di carezze e di smorfie, ch'è sempre pronto a chiedere e restìo sempre ad offrire. Ed ora, a suggellare tanti suoi sacrifizî, le si domandava di rinunziare alla speranza onde la vita è bella a vent'anni, alla speranza d'essere amata! Ed era la Matilde, l'amica sua prediletta che glielo chiedeva, come a renderle più arduo il rifiuto, era essa che distruggeva il primo sogno di felicità ch'ella aveva formato in due anni! Era dunque scritto lassù ch'ella, povera sfortunata, non dovesse aspirare a cosa alcuna nel mondo, e immolarsi sempre, e morire! Sì; un vago presentimento di morte andavasi insinuando a poco a poco nell'animo dell'Angelina. Con l'ultimo olocausto ch'ella si apprestava ad offrire, sentiva che le sarebbero venute meno le forze, che la spossatezza si sarebbe resa signora di lei. Ebbene! questo pensiero della morte, questa idea di sottrarsi per sempre ai disinganni ed alle lusinghe, le metteva una calma infinita nell'anima e la persuadeva, quasi senza ch'ella se ne avvedesse, alla novella prova d'annegazione ch'era domandata al suo cuore. No; la Matilde non avrebbe avuto a dolersi di lei: ella avrebbe soffocati i suoi sentimenti, e quanto possedea d'eloquenza e d'affetto lo avrebbe speso a commovere Vittorio in favore della cugina. Una risoluzione presa, col deliberato proposito di mantenerla, ridona, almeno per qualche istante, la calma allo spirito. Così l'Angelina, poichè si fu acquetata in questo partito, riebbe un poco dell'antico vigore. Benchè fosse innanzi nella notte e la luna accennasse al tramonto, e qua e là nella campagna cominciasse a ridestarsi la vita che precede i primissimi albori; ella chiuse le imposte, e si gettò sul letto cercandovi il sonno. L'ospite invocato non venne, ma venne invece quell'assopimento, che, se anche non ristora le forze, calma, attutisce l'agitazione morale, quell'assopimento che non sospende la volontà, ma ne diminuisce gli effetti. L'Angelina vide la luce del giorno entrare nella sua stanza attraverso le imposte, intese come in un confuso ronzìo l'orologio della torre vicina battere successivamente le sette, le otto, le nove; ma la spossatezza delle membra le fece richiudere le palpebre e voltarsi da un altro lato. Una vocina squillante la scosse da quella specie d'incubo che la teneva inchiodata sulla coltrice. Era la piccola Amalia che aveva messo pian piano la testa per lo spiraglio dell'uscio, e battendo le mani con aria di infantile importanza, proruppe: