— Sì, — rispose il notaio. — Domattina passerò da voi dalle sette alle nove. Più tardi ho qualche occupazione e non potrò muovermi dallo scrittoio. —

L'uscio dello studio si aperse. Precedeva mio padre tenendo il lume in mano. La sua faccia illuminata dai raggi della candela sembrava ancora più pallida: nondimeno egli mi parve meno turbato che non fosse nella mattina; il suo passo era lento, ma sicuro, il suo sguardo aveva qualche cosa di risoluto e virile che metteva riverenza ed ammirazione. O egli si era rassegnato da stoico, o egli lottava da eroe. Il notaio Anastasi lo seguiva a capo chino, e divorando in silenzio una lagrima che gli scendeva giù per la guancia. Quest'uomo, al quale io non avevo portato altra affezione che quella inspirata dalla lunga consuetudine, quest'uomo ch'io avevo creduto onesto sì, ma volgare e incapace d'intendere nulla al di là de' suoi codici, mi si mostrava sotto una luce affatto nuova. Oserei dirlo? Vi fu un punto, nel quale il mio animo si sentì attratto verso di lui più che verso mio padre. Mio padre aveva dubitato di Gustavo; egli lo aveva difeso.

Accovacciata nel mio cantuccio li vidi passare per l'antistudio ed uscire. Dovevo io scoprirmi? Dovevo gettarmi ai piedi di mio padre per dirgli ch'io non avrei mai permesso il suo disonore, finchè restava un centesimo nella mia borsa, una stilla di sangue nelle mie vene? Fui in forse un istante, ma mi ricredetti subitamente: io non potevo salvare mio padre che contro sua voglia; perchè, adunque, metterlo in guardia?

Mi ricondussi faticosamente alla mia stanza; con quali impressioni, con quali pensieri lascio a voi immaginarlo. Ho io bisogno di notomizzare innanzi a voi il mio cuore? Innanzi a voi, così intelligente, così buona? Vi dirò: figuratevi d'essere ne' miei panni: ecco tutto. Figuratevi, vicina alle nozze come voi siete, d'essere, com'io fui, colpita da una di quelle notizie che mutano a un tratto le condizioni dell'animo, e possono mutare del pari il corso agli eventi. Avete un pensiero in cima a tutti gli altri; l'uomo che sta per essere vostro marito: ebbene, questo pensiero deve andare in seconda linea; a vostro padre dovete pensare: a vostro padre che voi credevate opulento, rispettato da tutti, serbato a una vecchiezza tranquilla, e che invece è povero e dovrà sostenere le contumelie degli avversari e degl'indifferenti, e la inerte commiserazione dei tepidi amici, e perdere il frutto d'una vita intemeratamente operosa. Non è un sogno. Eravate alla soglia della vostra casa per uscirne lasciandovi un tesoro d'affetti, e portandone con voi un desiderio pacato, una reminiscenza soave, ed ecco a un punto un imperioso dovere vi ci trattiene e vi dice: — Il vostro posto è qui, e sarà forse qui anche domani, e fosse pure per tutta la vita, voi non potreste lasciarlo senza commettere una viltà pari a quella del soldato che viola la sua consegna. —

Occorre ch'io vi dica che quella notte non chiusi occhio?... Occorre ch'io vi dica che non mi spogliai? Che non mi gettai nemmeno sul letto, ma che, sebbene il clima fosse rigidissimo, mi parve a più riprese di soffocare e spalancai la finestra? Quante volte chiamai mia madre!... ella era morta da undici anni!... Quante volte invocai la presenza di Gustavo, e poi contraddicendomi da me stessa augurai ch'egli non venisse, sinchè tutto non fosse finito. Allorchè l'alba, una gelida e triste alba di marzo, cominciò ad imbiancar l'orizzonte, io avevo già fisso in mente il mio disegno. Concedetemi di raccogliere le mie idee, e proseguirò il racconto. —

Lina accostò la sua sedia a quella della signora Adelaide, pose la sua nella mano di lei, e susurrò con voce commossa:

— Povera amica; quanto avete dovuto soffrire! —

II.

Era già levato il sole — continuò la signora Adelaide — allorchè, per non insospettire la cameriera che sarebbe entrata di lì a poco, mi misi a letto. Quand'ella venne, le ordinai di far approntare la mia carrozza. Io esercitavo in casa una così assoluta padronanza, che quella gita ad ora strana non poteva dar ombra a nessuno. Non era la prima volta ch'io uscivo di buon mattino per qualche spesuccia.

Abbigliatami in fretta, salii nella carrozza, dicendo al cocchiere che mi conducesse sul Corso. Mentre io comperavo non so qual bagattella in un negozio, una mia antica conoscente, ch'erasi da alcuni anni stabilita in provincia, mi si gettò al collo baciandomi con effusione, e dicendo: — Ho inteso che sei prossima a nozze. Accetta di volo le mie congratulazioni. — Poi con un fare tra il serio e il gioviale soggiunse: — Sono diventata madama anch'io, sai? Eccoti mio marito. — E mi presentò un bel giovane, alto della persona, che s'era tenuto modestamente in disparte. Ribaciai la mia amica, rivolsi un complimento dozzinale al suo compagno, e risalita in carrozza gridai: — Dal banchiere Miragli, — nominando la via da me conosciutissima ove questi abitava. La mia amica e il suo sposo parevano ammirar la bellezza del mio equipaggio, e nel saluto ch'essi mi fecero, allorchè i miei cavalli si misero al trotto, credetti scorgere quella deferenza quasi involontaria, con cui la gente di mediocre fortuna guarda coloro che sono, o ch'ella stima opulenti. Temei d'essere stata un po' aristocratica, un po' fredda, e spinsi la testa fuori della portiera per far un nuovo cenno del capo alla giovane coppia, ma essi non mi abbadavano più. — Camminavano a braccio l'uno dell'altro, discorrendo e sorridendosi amorosamente. I loro occhi non s'incontrarono coi miei, il mio movimento passò inosservato. Essi erano felici! Ed io?...