Quando la carrozza si arrestò dinanzi alla dimora del Miragli, io sentii un gran tremito per tutta la persona. Io non avevo nè ponderato, nè discusso meco medesima la condotta da tenere; una sola cosa mi stava chiara e distinta nel cervello, ed era la mèta, a cui dovevo arrivare.

Mi feci precedere dal mio biglietto di visita, su cui avevo scritto che si trattava di cosa urgentissima. Un servo gallonato venne a farmi discendere assai cerimoniosamente dalla carrozza, mi accompagnò lungo un andito senza finestre che riceveva luce da una parete a cristalli appannati e m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, ove mi disse che il signor Cavaliere non mi avrebbe fatto attendere che pochi secondi. Oggi il banchiere Miragli è cavaliere de' Ss. Maurizio e Lazzaro, allora era cavaliere di Francesco Giuseppe, e se ne teneva.

Non era la prima volta ch'io vedevo questo signore. Egli veniva qualche sera a trovar mio padre nel suo palchetto alla Scala, e le nostre carrozze s'incrociavano ogni giorno sul Corso. Sua moglie e le sue figliuole mi erano antipatiche al sommo, e la nostra conoscenza non era arrivata più in là di un compassato cenno del capo. Figuratevi poi che cosa io pensassi in quel momento del signor Miragli. Egli era per me un mostro d'infamia, un rifiuto dell'umanità, un essere così sozzo e perverso che il peggiore non avrebbe potuto immaginarsi. Indi, procedendo cogli anni e con la triste esperienza della vita, si attutirono in me gli entusiasmi e gli sdegni, ed anche del signor Miragli feci più equo giudizio. Egli era soltanto un uomo inteso a tutelare gelosamente il proprio interesse. E, invero, perchè avrebbe dovuto sacrificarsi alla felicità mia, alla felicità di mio padre? Quali obblighi aveva egli verso di noi?

Egli non tardò a comparire. Teneva in mano il mio biglietto di visita, guardandolo sotto gli occhiali con un certo atto sospettoso, come volesse dire: — Che diavolo viene a fare costei? —

Io ero troppo sollecita della dignità mia, della dignità di mio padre per ismarrire un solo istante il mio contegno tranquillo e severo.

Il banchiere che, quantunque toccasse la cinquantina, pretendeva ancora di far l'elegante, mi sciorinò alcuni complimenti; ma io, che non era in vena di cerimonie, entrai diritta nel cuore dell'argomento.

— Io sono venuta qui — dissi — per sottoporle francamente una domanda e farle francamente una mia proposta. Posso sperare nel signor cavaliere Miragli un'uguale franchezza? —

Egli, spintosi innanzi sulla sedia con mezza la persona a guisa di chi si accinge ad ascoltare attentamente, fece col capo e con la mano un cenno affermativo, ed io continuai.

— È vero ch'Ella è creditore di mio padre per la somma di 200 mila lire?

— Scusi, — rispose il banchiere, — non intendo come ciò che si riferisce alle relazioni di due uomini d'affari tra loro, possa formare oggetto del nostro colloquio.