— Non saprei — interruppi — di che cos'altro dovrebbe occuparsi il nostro colloquio, se non di ciò che riguarda gli affari di lei con mio padre. Del resto poco vale lo schermirsi. Io so che la faccenda è così.
— In tal caso, è vero, — riprese il Miragli, giuocherellando coi gingilli dell'orologio.
— È vero che questo credito è rappresentato da alcune cambiali, le quali scadono oggi?
— Ma.... Signorina!...
— È inutile il voler nasconderlo, perchè lo so.
— Allora non mi resta che dire: è vero.
— È vero — continuai senza scompormi — ch'Ella rifiuta ogni proroga ed esige di esser pagato immediatamente e interamente?
— Le confesso, o Signora, ch'io persisto nel credere inutili queste spiegazioni. È penoso ad un uomo di onore, come io credo di essere, il dover mettere in discussione proponimenti che ormai non possono più esser mutati.
— Nè io intendo ch'Ella li muti, — risposi, sollevando il capo con alterezza. — Io non vengo qui a implorar grazia, ma a trattare d'affari. —
Il banchiere prese un occhialetto che gli pendeva al collo, e poichè n'ebbe sovrapposte le lenti a quelle degli occhiali si mise a guardarmi più attentamente che mai. V'era nella sua fisonomia qualche cosa che esprimeva o una immensa commiserazione o una immensa maraviglia. Se taluno fosse in quel momento disceso nel cuore del signor cavaliere Miragli, scommetto che vi avrebbe trovata la convinzione ch'io presto o tardi diverrei pazza. Siccome però poteva accadere ch'io parlassi del miglior senno, non gli conveniva render troppo patente la sua incredulità. E soltanto, come esponendo un suo dubbio, egli riprese: