Scoccò la mezzanotte all'orologio dello studio. A quel suono tanto naturale e tanto aspettato parve che tutti e tre fossimo sotto l'influsso di una scossa elettrica, e invero tutti e tre ad un punto ci alzammo dalla sedia. Il notaio si approssimò alla finestra e l'aperse, quantunque soffiasse un vento umido e freddo. Gli orologi della città ripetevano ad uno ad uno i dodici rintocchi, che segnano il termine di un giorno e il principio del dì vegnente, e il suono dell'orologio di Piazza dei Mercanti, ch'era fra i più vicini, spiccava distinto dagli altri. Nessuno di noi proferiva parola. Quando furono trascorsi oltre dieci minuti dopo l'ultimo squillo, il notaio Anastasi richiuse l'imposta, e rompendo pel primo il silenzio, disse laconicamente: — È tempo. —

Si fece all'uscio della stanza, e chiamò più volte i suoi due commessi che entrarono barcollando e stropicciandosi gli occhi, e s'addossarono alla stufa in aspettazione di nuovi ordini. Quindi mi pregò di sedere al suo tavolino e di apporre la mia firma alle quattro obbligazioni, ciocchè io feci senza esitare. Allora, ad un cenno, si avanzarono i due così detti giovani di studio, due veri automi, e sottoscrissero una dichiarazione con cui si certificava che, alla presenza di loro, testimoni validi e idonei, io avevo firmato le obbligazioni il giorno 3 marzo 1850, venti minuti dopo lo scoccare della mezzanotte del 2. In questo intervallo, il banchiere Miragli estraeva dal portafoglio alcune cambiali e le stendeva spiegate dinanzi al notaio. Questi si alzò, e inforcati gli occhiali che aveva deposti alcuni minuti addietro, prese a considerarle accuratamente e a confrontarle con un polizzino ch'egli teneva nella mano sinistra. Parve che l'esame riuscisse soddisfacente, perchè l'Anastasi disse: — Va bene. — Allora il banchiere, tuffata la penna nel calamaio, scrisse con la massima rapidità una o due parole sul dorso di ciascuna di quelle cambiali e le passò al notaio, che gli consegnò alla sua volta le mie quattro obbligazioni. Il più era fatto: non mi rimase che a sottoscrivere la procura all'Anastasi, alla presenza dei due soliti testimonî sonnacchiosi ed idonei. Dopo di ciò, il banchiere prese commiato dichiarandosi lietissimo che la faccenda si fosse composta senza scandalo, e attestando la sua alta stima per mio padre e per me. Rimasi sola col notaio. La sua fisonomia era pallidissima e stravolta.

— Che avete, per amore del cielo? — gli chiesi.

— Adelaide, voi siete contenta, non io. Abbiamo salvato il negoziante, ma abbiamo tradito il padre. E di voi, povera giovane, che cosa avverrà?

— Oh amico mio, — risposi, — la notte scorsa a quest'ora voi avete difeso Gustavo: e oggi, innanzi a me, dubitereste di lui? —

Eppure un dubbio tremendo mi si era insinuato nell'animo, e il domani mi appariva pieno di funesti presagi.

Il notaio mi consegnò le cambiali di mio padre e mi accompagnò sino alla carrozza. Allorchè fui per salirvi, nulla più mi rattenne; compresi di quanto io andava debitrice a quest'uomo, e gli porsi la mano sclamando: — Grazie, di quanto avete fatto per me. —

Egli mi baciò in fronte commosso; indi, simulando un sorriso, mi disse: — Addio, addio; a rivederci domani. —

A casa mia tutti erano coricati da mio padre in fuori. Io seppi infingermi ancora e rispondere adeguatamente alle sue inchieste. Egli mi ricondusse nella mia stanza dicendomi: — È l'ultima sera che tu dormi nella tua cameretta: che tu possa esser felice nella nuova dimora quanto fosti qui. — La sua voce tremava, i suoi occhi erano pieni di lagrime; io mi sentivo scoppiare il cuore, pensando ai diversi affetti che dovevano combattersi in lui, allo sforzo titanico col quale egli mi nascondeva le sue angosce, e fui a un punto per rivelargli ogni cosa. Ma io avevo giurato a me stessa che il primo che avrei posto a parte del mio segreto sarebbe stato Gustavo, e non mi lasciai sfuggir parola dal labbro. Però s'egli si fosse confidato meco, se in quell'istante supremo mi avesse resa manifesta l'intima cagione delle sue pene, avrei potuto dal canto mio nascondergli il vero? Questo io temevo grandemente, poichè ormai il dado era gettato e io volevo condurre ad effetto il mio proposito. Sennonchè le idee di mio padre presero subitamente un altro indirizzo.

— Vedi, Adelaide mia, — egli mi disse, facendomi sedere accanto a sè, dinanzi a un mio tavolino da lavoro, — io penso adesso a trentanni fa, allorchè quella, che fu poi la tua povera mamma, venne confidente e serena nelle mie braccia. Ell'era bella, sai? la tua mamma, e ti somigliava non già in tutte le linee del viso, ma negli occhi e qui specialmente, nell'arco delle sopracciglia. Del resto devi ben rammentartela, ch'eri ormai grandicella quando l'è morta, sebbene da lungo tempo la sua avvenenza fosse andata a male. Oh! bisognava vederla da fidanzata.... — Si passò il fazzoletto sugli occhi, e poi trasse di tasca un astuccio che conteneva un ritratto in miniatura. — Questo ritratto — soggiunse, sorridendo in mezzo alle lagrime — mi ricorda un curioso incidente. Prima ancora che tra la povera Maria e me ci fossimo spiegati, io frequentavo la casa di lei insieme con un mio amico pittore, il quale, essendo la giovane bellissima, la corteggiava anch'egli alcun po', quantunque senza frutto e senza speranza. Una sera, più per celia che per altro, mentre eravamo seduti attorno ad un tavolino, si mise a gettar giù alcuni segni, come volesse ritrarla; ma parendogli di non riuscirvi, slanciò lunge da sè la matita con impeto subitaneo, e ripiegato il pezzo di carta che conteneva quegli abbozzi stava per metterlo in tasca. Io invece avevo calcolato che quelle quattro linee resterebbero a me, e con la rapidità del lampo posi la mano a impedire ch'egli mandasse ad effetto il suo divisamento, onde ne nacque una piccola lotta fra noi. Tira di qua e tira di là, la carta si lacerò, ma la vittoria fu mia, perchè a lui non rimase che una scantonatura del foglio. La ragazza battè le mani e si lasciò scappare un bravo che mi fece diventar rosso come una bragia. Usciti che fummo, il pittore mi disse: — Lo sai ch'io sono un poco superstizioso. Quanto è accaduto stasera è per me un avvertimento di lasciarti il campo libero affatto con la Maria. Però, siccome la mia riputazione d'artista mi preme e due fiaschi son troppi, m'impegno, ove tu operi da senno e la giovane diventi tua fidanzata, a fartene un ritratto coi fiocchi, dovessi pur metterci un mese di lavoro. — Allora ne risi e diedi del visionario al mio interlocutore; ma la faccenda andò proprio così. Dopo gli sponsali, l'amico mio volle ad ogni costo mantenere la sua promessa, e in pochi giorni condusse a termine questa miniatura, veramente ammirabile e somigliante per modo che più non si potrebbe desiderare. — In mezzo a queste parole, egli aveva sollevato la sua cara reliquia sino all'altezza della fiamma della candela, e la contemplava in soavissimo rapimento. Ed io pure ero assorta in quella visione così inaspettatamente evocata, in quella stupenda figura di donna dalle labbra vermiglie su cui scherzava il sorriso, dagli occhi azzurri, profondi, espressivi, dai capelli che parevano oro filato. Era ben la mia mamma, però molto più fresca e più lieta e più bella di quando io l'avea conosciuta. Dunque mio padre l'aveva amata molto, abbenchè ne parlasse di rado, e io non mi rammentassi mai una eguale espansione. Oh! con che leggerezza si accusa alcuno di aver obliato le persone più caramente dilette! Non è vero: esse riposano intatte nel santuario delle memorie, e sdegnano mescersi al tumulto quotidiano dell'esistenza, alle cose che vengono e passano; ma negl'istanti solenni, ma nei raccoglimenti profondi, o noi andiamo a svegliarle, o di per sè stesse si svegliano, e sono là più giovani, più vive degli affetti vivi e recenti, e ci conducono in quel mondo di sogni che (chi lo sa?) è forse la patria dell'anima. Potete credere che nell'emozione di quei ricordi noi piangemmo lungamente insieme, mio padre ed io. Egli sorse pel primo, svincolandosi dall'amplesso. A un tratto si percosse la fronte con la mano, e sclamò: — Smemorato ch'io sono: ho in tasca una lettera del tuo sposo e dimenticavo di consegnartela: la portò un forestiero or ora arrivato da Torino: eccola. —