E, come se non volesse disturbare il colloquio di due amanti, uscì frettoloso.
— Domattina alle otto sarò in Milano, sarò da te, la mia diletta Adelaide — così cominciava la lettera di Gustavo. Indi seguiva un racconto vivace, animato, del suo dibattimento ch'era finito con un vero trionfo per lui. La Corte aveva dichiarata innocente la donna da lui difesa, i giudici si erano congratulati seco della sua eloquenza, il pubblico, nonostante le ingiunzioni del Presidente, si era lasciato andare all'entusiasmo più clamoroso. Ma non degli applausi ricevuti, — egli concludeva, — ma non della popolarità di un giorno: ciò di cui mi compiaccio si è l'idea di aver fatto il mio dovere.
Oh! s'egli aveva un concetto tanto elevato del proprio dovere, poteva egli fallirmi il domani? Se mi amava ricca e felice, poteva abbandonarmi povera e sventurata?
I pensieri che sogliono turbare il sonno alla fanciulla che sta per mutare destino non angustiarono i miei riposi. Io invece pensavo che il giorno dopo a quell'ora sarei sommamente lieta, o sommamente misera e derelitta. Se Gustavo apprezzava il mio sacrifizio, se pur di farmi sua egli consentiva a mantenermi col suo lavoro, a rinunciare agli agî che dà l'opulenza, qual ventura era da paragonarsi alla mia? La coscienza di aver salvato mio padre, la certezza di possedere un uomo di cuore uguale all'ingegno, sarebbero bastati a riempirmi l'animo di dolcezza ineffabile. Ma se il contrario accadeva? Oh povera me, povera la mia fede nel bene, la mia fede nella virtù!
La temperatura erasi nella notte fatta più rigida, e nella mattina cadeva a fiocchi la neve. Che brutto giorno di nozze! Prima delle otto io ero in piedi, aveva indossato uno de' più eleganti vestiti del mio corredo, m'ero acconciata i capelli con insolita cura, e lo specchio lusinghiero mi diceva: — Sei bella. — Oh! io volevo esser bella davvero, volevo esser seducente, incantevole. Io non avevo ormai altre armi che la grazia della parola, che il fascino dell'avvenenza: mi sarebbero esse bastate? Sopra il divano della mia stanza da letto stava il mio bianco vestito di sposa, stava la mia candida ghirlanda di fiori di cedro: chi avrebbe saputo dirmi s'essi erano là come una promessa, o come un'ironìa?
Avevo appena terminata la mia toilette, quando una carrozza s'arrestò nel cortile. Era desso: era Gustavo. Tutte le porte si aprivano dinanzi allo sposo, dinanzi al re della giornata. Mi mossi ad incontrarlo; ma le forze che mi avevano sorretto fino a quel punto, che mi avevano aiutato a superare le commozioni angosciose delle ultime quarantott'ore, mi vennero meno ad un tratto, e allorchè Gustavo entrò nella stanza io caddi, più che non mi gettassi, nelle sue braccia.
Sgomento, sorpreso, egli mi adagiò sopra una scranna e fu per chiamare soccorso. Almeno mi parve, poichè questo pensiero mi restituì il vigore perduto, compresi la necessità di rimaner sola con Gustavo, e ricomponendomi tosto, e provandomi a sorridere, dissi: — Sto bene, sai? fu un capogiro. —
Egli mi guardava con inquietudine, e mi prendeva la mano, e mi carezzava i capelli, e a poco a poco quasi senz'avvedersene era in ginocchio a' miei piedi, coi suoi begli occhi fissi nei miei, con l'anima non distratta da altri pensieri, ma conversa in me tutta quanta.
Oh come io mi sentivo felice! Oh perchè quei momenti dovevano passar così rapidi?
Io stessa ruppi l'incanto. — Gustavo, debbo parlarti.