Egli mi si accostò e mi susurrò nell'orecchio: — Adelaide, quanto sei migliore di me! — Poi ricadde nella sua incertezza, e soggiunse in tuono di domanda: — Non è meglio discorrergli subito?...

— Ma sì, ma sì, — risposi mal dissimulando la mia impazienza. — Usciamo per carità da queste angustie. —

Si avviò con passo deciso, ma prima di richiuder l'uscio dietro a sè, mi rivolse ancora la parola: — Non ti sgomenterai se mio padre fa un po' di strepito. Ha un carattere tanto bisbetico!... —

E senz'attendere altra risposta s'incamminò rapidamente verso il quartierino ch'era assegnato alla sua famiglia.

Quando fui sola mi gettai sul canapè nascondendo la faccia tra i guanciali. Sino da quel punto tutto era finito per me. Nel turbamento, nelle incertezze di Gustavo io vedevo scritta la mia sentenza. Io ero giovane, non avevo quell'abitudine dell'abnegazione onde uno s'immola quasi senza avvertirlo: io sentivo la grandezza del sacrificio compiuto, e mi pareva che l'uomo destinato ad esser mio sposo dovesse pagarmi largo tributo di entusiasmo e di ammirazione. Nel caso suo, io sarei caduta ai piedi di chi mi si fosse rivelato capace di tanto; avrei detto: Questa donna non mi reca più una fortuna, ma essa mi scopre il tesoro del suo cuore; nel caso suo avrei provato un senso d'orgoglio nel farla mia a malgrado di mio padre, di tutti. L'affetto vero non teme la lotta: esso forse la cerca e giganteggia in mezzo agli ostacoli. Ma Gustavo aveva paura; bisogna ben dirla questa parola, per quanto aspra ella sia, egli aveva paura della rampogna paterna. E nell'ora che io m'aspettavo di vederlo deliberato a combattere col proponimento di vincere, lo scorgevo invece timido, incerto, oscillante, chiedente a me inspirazioni e consigli. Oh Lina! e ci dicono il sesso debole?

Non so quanto io rimanessi così. So che alla fine l'impazienza mi vinse, e provai il bisogno di scacciare con commozioni forse più tristi e violente i pensieri che mi tormentavano. Uscii della stanza, dopo aver preso meco le funeste cambiali ch'io dovevo restituire a mio padre. Tant'era ch'io mi aprissi pienamente seco. Io avevo appena messo piede in un salottino, sul quale riuscivano le camere dei miei suoceri quando una porta si spalancò e ne uscì Gustavo con gli occhi stravolti, con la chioma disordinata, con un pallore di morte sul viso. Quando avvertì la mia presenza, mi si gettò incontro esclamando: — Che hai tu fatto, Adelaide?

— Il mio dovere, — risposi risoluta.

Io non avevo ancora terminate queste parole, quando comparve il padre di Gustavo, altrettanto infiammato nel volto quanto suo figlio era pallido.

— Ah! siete qui, signorina, — egli gridò in tuono brutale; — voi che avete aspettato d'aver preso il merlo alla rete prima di rivelargli che appartenete ad una famiglia rovinata. —

V'era tanta sfrontatezza in quest'affermazione, ch'io sollevai il capo sdegnosamente senza rispondere.