E qui era per me una sorgente di umiliazioni giornaliere, continue. V'è qualche cosa assai più doloroso che l'esser poveri: è il divenir tali, è il dover rinunciare ad uno ad uno a tutti quegli agî della vita, che la lunga consuetudine ci fa credere altrettante necessità. La sostanza di mio padre bastava a supplire ad ogni suo debito, ma ad un patto soltanto, quello cioè di dare a tal uopo tutto il nostro avere, di vendere ciò che avevamo più caro. La nostra bella casa di Milano, le nostre carrozze, i nostri cavalli, il nostro villino sul lago, pieno per me di ricordanze soavi a un tempo ed amare, erano tanti amici, da cui faceva mestieri staccarsi. Mi ricordo sempre le lagrime che ho versato, quando il notaio mi annunziò la vendita della villa, dicendomi che se aveva qualche oggetto che mi stesse più a cuore, potevo andarmene a prenderlo. Egli mi accompagnò nella mestissima gita, e invero io avevo bisogno di qualcheduno che mi desse coraggio, tanto ero divenuta negli ultimi tempi impressionabile e sensitiva. Era sullo scorcio d'aprile. I tepidi fiati di primavera avevano già desta la natura sopìta, e le pendici ammantate di verde, e i giardini odorosi di fiori facevano bella mostra di sè sul morbido specchio del lago incantevole. Ella era lì la bianca casetta testimonio de' miei giuochi, confidente del mio amore; ella era lì sul suo piccolo promontorio vestito di muschi, e pareva protendersi per veder meglio la barca che le riconduceva ancora una volta l'ospite antica. Le imposte erano tutte spalancate, e alcuni uomini andavano disponendo sopra il terrazzo i vasi di limoni che avevano passato l'inverno nello stanzone degli agrumi. Quando toccai la riva, visitatrice inattesa, fu un grido di meraviglia: — La signorina, la signorina! — Tonio, il vecchio giardiniere, mi corse incontro, e mi baciò la mano, tentando dirmi chi sa quante cose, ma non riuscendo ad aprir bocca per la commozione. L'ispido cane di guardia si mise a scuotere con tale violenza la sua catena, e a mettere un guaìto così lamentevole, che convenne scioglierlo e lasciarlo venire a farmi festa. Grande e grosso com'era, mi seguiva sommesso come un pulcino, alzando di tratto in tratto i suoi occhioni verso di me, quasi volesse interrogarmi. Percorsi in silenzio tutto il giardino, sospingendo col piede i ciottoli degli ombrosi sentieri, ove avevo tante volte passeggiato con lui, riposandomi sui rustici sedili di legno, ove sì spesso ci eravamo soffermati insieme in soavi colloquî, contemplando la superba magnolia, i cui fiori giganteschi, agitati dal vento d'autunno, avevano versate sul nostro capo sì deliziose fragranze; mi trattenni un quarto d'ora, indovinate davanti a che? davanti a una lunga fila di formiche che, traversando diagonalmente un piccolo viale, andavano e venivano frettolose da due punti ignoti del pari per me. Dacchè io villeggiavo sul lago, avevo veduta quella singolare processione, che m'era stata sempre oggetto di curiosità e di maraviglia. Un giorno, passando di là con Gustavo, egli mi aveva descritto assai per disteso i costumi di quei mirabili insetti, e adesso io richiamavo al pensiero l'istruzione ricevuta. Mossami alfine, salii nella casa, e rividi la mia nitida stanza di vergine e la contigua cameretta da studio, intorno alla cui finestra s'arrampicava una pianta d'oleandri fioriti, e il salottino co' suoi vetri a colori che davano al giardino sì vaghi e fantastici aspetti, col suo pianoforte, sul quale stavano i quaderni di musica ammonticchiati l'uno sull'altro, con le sue belle litografie appese alle pareti; indi ridiscesi, e visitai la cucina e il pollaio. Il giardiniere mi pregò che entrassi un istante nella sua abitazione, ove sua moglie malaticcia avrebbe voluto vedermi, e avendo io acconsentito all'inchiesta, non vi so dire che dimostrazioni d'affetto mi facesse la povera donna. L'assisteva la più giovane delle sue figliuole, una ragazza che contava due o tre anni meno di me, e a cui io aveva insegnato a leggere e a scrivere. Lasciò per un minuto la madre, e corse a prendere i suoi scartafacci per mostrarmi che, anche me assente, si manteneva in qualche esercizio. — O signorina, — soggiunse congiungendo le mani, — quanto, quanto le debbo! E adesso chi ripasserà le mie lezioni? — Abbi pazienza, — risposi, — anche i nuovi padroni piglieranno a volerti bene. — Fece una smorfia col labbro e crollò le spalle in segno d'incredulità; poi, passandosi la mano sugli occhi, riprese: — Oh! chi l'avrebbe potuto prevedere? — La malata le fece segno che tacesse, ed io uscii di là dopo aver voluto a ogni costo lasciare un piccolo ricordo a lei e alla figliuola.

La nostra villa era stata venduta con tutte le sue suppellettili; ma il notaio Anastasi, nello stipulare il contratto, mi aveva riservato il diritto di ritirarne qualche oggetto, che, senza avere un valore reale pei nuovi proprietarî, avesse per me un valore morale grandissimo. Presi cose di poco pregio, come reliquie di un passato irrevocabile.... Oh! io avrei voluto portar meco le piante, i sassi, le aiuole di quel mio paradiso! Tonio un po' imbarazzato, un po' confuso e tenendo il cappello per la falda e facendolo andare attorno fra le due mani come una girandola, mentre io mi disponevo alla partenza, mi disse: — Signorina, forse sono troppo ardito, ma ho pensato.... ho creduto che non le spiacerebbe portar seco un altro ricordo del giardino. Un bel vaso di geranî, di quelli, sa? che abbiamo piantato l'anno scorso.... l'ho messo da parte per lei.... sicchè.... se crede.... lo collochiamo in barca. — E vedendo ne' miei occhi il più ampio consenso alla sua gentile richiesta, si allontanò un paio di minuti, e fu tosto da me col magnifico vaso di fiori.... — Che bel colore, non è vero? — soggiunse, esaminando la pianta con compiacenza d'artista. — Io credo che a cinquanta miglia d'intorno non vi siano geranî simili a questi. — Indi col passo d'un giovane di venticinqu'anni scese alla riva, e gettatosi in barca vi accomodò il suo tesoro, raccomandando ai remiganti che lo tenessero d'occhio e non lo urtassero col piede. Ci allontanammo rapidamente. Udii ancora per qualche minuto il vecchio cane abbaiare sulla scalinata, ravvisai il giardiniere e la sua figliuola che sporgevano con la persona dal parapetto del terrazzo per accompagnarmi più lontano con lo sguardo; poi la sponda si ripiegò su sè stessa, e la barca, che andava via via costeggiando, perdette di vista la villa. — Addio, mio bel lago, — potevo esclamare anch'io come Renzo e Lucia, quando solcavano le acque di Lecco, — addio, pendici ridenti, addio, montagne incoronate di nubi, addio, isolette confortate dal profumo degli aranci e dei cedri; forse vi vedrò ancora, ma l'anima infantilmente serena che s'inebbriò al vostro aspetto, ma l'anima innamorata che vi confidò i suoi battiti più segreti, ma l'antica Adelaide è morta e nessuno potrà farla risorgere... —

Il mio viaggio era compiuto; io avevo, mesta pellegrina, risalutato il mio tempio, ed ora mi attendevano nuovi fastidî e nuove amarezze.

— Siete più forte di quello che crediate voi stessa, — mi disse il notaio Anastasi, allorchè, il giorno seguente, mi ricondusse alla mia casa in Milano. — Abbiate coraggio; chi la dura la vince. —

Intanto, anche in Milano convenne ridursi in un'abitazione più conforme al nuovo stato. Non più i soffitti dipinti, non più le pareti a stucco, non più le porte con fregî dorati, non più i morbidi tappeti. Or tutto era decente, ma modesto e dimesso, e le poche mobiglie di lusso, che rammentavano lo sfarzo di un tempo, nuocevano alla simmetria dell'insieme.

Nella nuova casa come nell'antica, nel nuovo come nell'antico stato, la mia volontà faceva legge, e mio padre, che anche quando aveva piena la sua energia e il suo vigore non attentava al mio scettro domestico, ora poi si lasciava dirigere in ogni cosa da me. Io ripagavo l'autorità che m'era concessa con un assiduo tributo di cure, di sollecitudini, di previdenze. A ventiquattr'anni si può cangiare abitudini e sfidare le strettezze e i disagî; ma una esistenza non si ricomincia a sessanta, non si avvezza l'animo alle privazioni nell'età che si fanno più sentire i bisogni.

Quando, mercè l'opera infaticabile del notaio Anastasi, fu condotta a termine la liquidazione dei nostri affari, e i creditori di mio padre ebbero incassato fino all'ultimo centesimo, ci rimase del gran naufragio una sostanza di cinquantamila lire. Era più assai ch'io non avessi sperato; era un'esistenza, se non comoda, almeno tranquilla, assicurata a mio padre. Ma qui io aveva contato soverchiamente sul mio potere.

Mio padre aveva un'idea fissa; rifarmi la dote. Approfittando del poco capitale che gli era rimasto, delle sue estese relazioni e del credito che non poteva mancargli dopo sì evidenti prove d'integrità, egli voleva slanciarsi novellamente negli affari e ritentar la fortuna. Questa sua deliberazione mi faceva terrore. Allorchè si può contrapporre alle cresciute difficoltà la baldanza della giovinezza, è lecito ripromettersi il buon successo; ma come sperarlo quando si va alla battaglia con lo spirito e con le membra affralite? L'esperienza non basta. Ella insegna talvolta ad evitare gli scogli, ben di rado ci guida nel porto, ella ci toglie le illusioni, ma non ci assicura il trionfo. Che non feci e non dissi per rimuovere mio padre dal suo proposito? In altri tempi l'alleanza del notaio mi sarebbe stata preziosa, ma l'Anastasi non godeva più in casa mia dell'antico credito: si diffidava di lui, perchè egli aveva cooperato a salvarci dal disonore e dalla rovina. Certo questa del babbo era una grande ingiustizia, nè io potevo non riconoscerlo, sebbene mi fosse facile intendere ch'ella dipendeva da uno sviscerato amore per me e dalla pietà del mio destino compromesso così da quanto era accaduto.

Comunque sia, le mie esortazioni non valsero, e mio padre vinse il suo punto, e tornò ad aprire il suo banco. Ma, Dio buono, quanto le cose erano diverse da prima, come tutto procedeva lento e stentato, come gli affari erano tardi a ravviarsi! Io ne discorrevo sovente con l'Anastasi, che crollava il capo sfiduciato. — È una nobile idea quella di vostro padre, — egli diceva, — ma ci vorrebbero vent'anni di meno per condurla ad effetto. Forse non ci sarebbe che un modo; ma io sono uno scimunito, ed è inutile parlarne. —

E per quanto io insistessi, non potevo cavargli una sillaba di più. Solo una volta egli soggiunse: — Può darsi che venga un giorno, in cui ve lo dica. —