Ma bisogna pure ch'io torni a favellarvi del mio amore. Esso si era trasformato, ma, quale pur fosse, non occupava il mio cuore meno di prima. Ora c'era dentro un po' d'orgoglio offeso, e quindi un po' di puntiglio e di amarezza, e la mia pertinacia nello sperar la vittoria s'accresceva della sfiducia e della disapprovazione degli altri. Anzi io non so dirvi nemmeno se la mia fede fosse tutta vera e spontanea; poichè il mio animo era sempre in guardia contro tutti e contro sè stesso. Tornerà: ecco la parola ch'io avevo pronta sulle labbra ad ogni inchiesta che mi fosse rivolta, ad ogni sguardo che m'interrogasse.

Le lettere di Gustavo giungevano non sempre puntuali, ma pure abbastanza frequenti. Talora erano brevi, ma egli si scusava con le occupazioni che gli crescevano in mano e ch'egli non poteva trascurare, perchè ne andava di mezzo il nostro avvenire. Io pensavo che, s'egli era così occupato, non ci sarebbe poi voluto tanto a conquistarsi questo benedetto stato ed a farmi sua; ma se io gliene scrivevo, egli trovava sempre una buona ragione per tirare in lungo la faccenda. Non bisogna farsi una famiglia se non si è in grado di farla vivere comodamente, egli mi andava ripetendo, ed è meglio aspettare qualche anno che rovinarsi per troppa fretta. Chi m'avrebbe indotta a credere alcun tempo addietro che siffatte dichiarazioni così fredde, così positive, non mi avrebbero impazientita e tolta ogni illusione? Eppure, sebbene io mi fossi già persuasa che l'amore di Gustavo era di quelli che vogliono assicurarsi i quattro piatti a tavola, e i dolci, e le frutta, io mi rassegnavo, io dicevo: — Aspettiamo. — Quanto io ero mutata da quella d'un giorno!

In questa maniera passò il 1850, e, pare impossibile, anche il 1851. Io non avevo più riveduto il mio fidanzato. — Non ti capiterò innanzi agli occhi, — egli mi aveva scritto, — che quando potrò farlo in modo da scancellare nell'animo di tuo padre la sinistra impressione del giorno funesto, in cui ci siamo lasciati.... — A me sembrava che tanti scrupoli non fossero molto a proposito; eppure soffrivo e tacevo.

Nei primi mesi del 1852 fui a un punto di guastarmi col notaio Anastasi, il quale mi rivelò il suo famoso progetto per rimettere in piedi le fortune commerciali della mia casa. Era nel banco un giovane Savoiardo assai probo, assai intelligente d'affari, assai ben veduto dal padre mio. Egli veniva talvolta a desinare con noi, e mi usava quelle cortesie dozzinali che ogni uomo usa ad una ragazza che non sia brutta. Il vedermi sovente gli avea fatto acquistare una tal quale dimestichezza, e perciò qualche parola che da altri mi sarebbe sembrata un po' troppo arrischiata, da lui mi sembrava uno scherzo e nulla più. Non so che castelli in aria si facesse il notaio: so che un bel giorno, presami da parte con quel fare tra il misterioso e il solenne ch'egli assumeva in certe occasioni, mi disse: — Se quel vostro benedetto cuore non volesse essere impegnato per forza, io farei una gran bella cosa. Voi avreste un marito, vostro padre un socio e.... — Non lo lasciai finire, o almeno egli vide sulla mia fronte qualche cosa che lo dissuase dal terminare il periodo. — Non se ne parli più, — ripigliò egli dopo una pausa, e mi stese la mano per far pace.... — A condizione, — io risposi, — che non se ne parli proprio più. —

Quantunque noi siamo il sesso gentile, io credo che non ci troviamo mai imbarazzate nel commettere un'asinaggine, allorchè ci piaccia commetterla. Trattai il mio Savoiardo con insolita e immeritata sgarbatezza, sebbene mi accorgessi che i miei modi spiacevano assai a mio padre e al notaio. Ma, Dio buono! Io avevo rinunciato a tutto: dovevo rinunciare anche al mio cuore?

Una mattina il giovane non si fa vedere in banco, e invece mio padre ne riceve una lettera, ov'egli con molte scuse e molte proteste gli confessa che ha ceduto alla tentazione di una vita più avventurosa e che sta per imbarcarsi per Montevideo. Nulla più di così. Ma la posta del giorno dopo recò un messaggio per me, che conteneva all'incirca le seguenti parole: — Signora Adelaide! Non vi avrei domandato cosa alcuna, ma voi non potevate proibirmi di amarvi. Pure, poichè la mia presenza turbava la vostra pace, ho deciso di partire per l'America, ove ho uno zio che da più anni mi desidera seco. Siate felice.

Lacerai la lettera, indispettita, confusa, irritata contro quest'uomo, contro Gustavo, contro me stessa. Ciò che specialmente io non sapevo perdonare al Savoiardo era la nobiltà della sua condotta. Dacchè Gustavo era caduto (e quanto!) dall'ideale ch'io me n'ero fatto, non volevo che altri al mondo mi paresse migliore di lui. Oh Gustavo, Gustavo, di che amore t'ho amato!

Questo avvenimento fu una contrarietà gravissima per mio padre. Non solo egli aveva preso a voler bene al suo commesso, ma ne aveva bisogno, e non sapeva adattarsi alla sua mancanza. E m'era agevole intendere ch'egli, pur tacendo e astenendosi da ogni allusione, mi faceva colpa dell'accaduto. Così, in mezzo a tante amarezze, con tanto bisogno che io aveva di conforti, mi vedevo negata l'ultima gioia delle soavi espansioni domestiche, e nella solitudine della mia stanza io andavo spesso chiedendo a me medesima se il mio sacrificio ad altro non dovesse riuscire che a togliermi la tenerezza paterna.

Intanto la mia costanza era serbata a una novella e durissima prova. Gustavo mi scrisse che essendogli proposto l'ufficio di segretario d'ambascerìa a Londra, ufficio estremamente onorifico, perchè mostrava la fiducia riposta in lui dall'eminente diplomatico che doveva recarsi colà qual ministro degli Stati Sardi, egli aveva deliberato di accettarlo, fermo però nel proposito di non rimanere assente che un anno. Reduce in patria, avrebbe pensato davvero a farmi sua. Ch'io non mi sgomentassi.... egli mi amava sempre, egli sapeva i suoi obblighi, ma poichè sventuratamente la nostra unione era stata differita, tant'era portarla al momento ch'egli sarebbe stato in grado di offrirmi tutti gli agî della vita. Questo viaggio avrebbe giovato molto alla sua carriera e alla sua istruzione; ch'io ne accogliessi dunque la notizia senza troppo rammarico. Era suo desiderio di venire in Milano: ma non osava. La parte da lui presa in alcuni recenti fatti politici avrebbe potuto cagionargli impicci serî. Mi mandava un bacio per lettera.

Mi guardai intorno tutta trasognata. Era possibile? Un altro anno d'attesa! Ma non era meglio licenziarmi addirittura?