Sennonchè mio padre e il notaio strepitarono siffattamente contro Gustavo, che non potei a meno di prenderne le difese, e tanto mi vi scaldai, che finii col persuadermi che non solo essi avevano torto nell'insultare il mio sposo, ma che avevo torto io stessa nel dubitare di lui. E a quella guisa che intorno al letto di un infermo si moltiplicano le parole di conforto e di speranza, quanto più si fa grave e minacciosa la malattia; così io mi mostravo più ostinata nella mia fede, quanto più sentivo malato il mio povero cuore. Era una fede sospettosa, irritabile, che non ammetteva le obbiezioni e che quindi mi rendeva anelante alla solitudine ed al silenzio.

Oh come si appassivano in siffatte angustie la mia gioventù e la mia bellezza! Oh com'erano divenuti sconfortanti i responsi del mio specchio, già così lusinghiero e cortese!

Non sono le lagrime abbondanti quelle che solcano il viso; è la stilla che lentamente s'imperla sul ciglio e cola tarda e furtiva giù per la gota sin che viene a morire sugli orli d'un labbro infocato: non è la sventura che giunge, colpisce e passa, quella che affretta il corso degli anni; è l'ambascia d'ogni giorno, è l'assiduo pensiero del futuro, è la desolata certezza che dallo spuntar del mattino al cader della sera non verrà mai una buona novella a consolare lo spirito....

E tutte le cose volgevano in peggio; gli affari, l'umore e perfino la salute di mio padre. Non credo ch'egli corresse a rovina (chè s'era astenuto da ogni speculazione arrischiata), ma i lavori scarsi e meschini non bastavano a coprire lo spese. Altro che rifar la mia dote! La piccola somma che ci era rimasta dopo la liquidazione, erasi già notevolmente assottigliata, e in pochi anni se ne sarebbe ito anche il resto. Eravamo simili a naufraghi che vanno consumando le loro provvigioni senza che una striscia bruna nell'orizzonte gli affidi nella speranza di toccare la spiaggia.

E certo deve venire il momento, in cui que' poveri naufraghi, perduti nell'immensità dell'Oceano, sentano gelarsi il sangue al pensiero della vita che fugge, e delle care cose che non vedranno mai più. Allora l'energia del volere non supplisce più alla lena delle braccia affralite: essi depongono il remo, e ristanno dagli inutili sforzi e s'abbandonano ai capriccî dell'onda. Così mio padre, impotente a vincere, era a poco a poco soverchiato dall'idea che tante sue fatiche non riuscissero a nulla, e rimaneva le lunghe ore taciturno, inoperoso, perplesso. E quando io mi inchinavo su lui per iscuoterlo e per dargli coraggio, egli diceva: — Io t'ho rovinata, figliuola mia, ma v'è qualcheduno più colpevole di me. — Indi ripigliava: — Oh potessi perdonargli prima di morire! —

Morire! Questa parola sinistra veniva ormai spesso sulle labbra del babbo; sembrava ch'egli volesse addomesticarsi con l'idea della morte e prepararvi quelli che l'amavano. E invero egli era invecchiato di parecchî lustri in due anni. Camminava curvo della persona, era sparuto e pallidissimo, e la voce gli si era fatta cupa e cavernosa come di chi soffre per qualche malattia organica. I medici dicevano non esservi nulla da temere pel momento; ma insistevano sulla necessità di molti riguardi, giacchè v'era una seria minaccia alla spina dorsale. Quantunque egli mal volesse concederlo, quel suo bisogno di una vita riposata rese necessario di andar man mano liquidando gli affari, e potete credere se ciò si facesse senza sacrificî. — A conti chiusi — mi disse l'Anastasi — io credo che le cinquantamila lire si saranno ridotte appena a ventimila. — Bella prospettiva per l'avvenire. Ormai io non ero più sicura nemmeno che non mi toccasse a lavorare per vivere.

Pur troppo quel tanto che avevamo sarebbe stato più che sufficiente fin che campasse mio padre. Dico pur troppo, giacchè la salute di lui peggiorava con molto maggiore rapidità che i medici non avessero previsto, e se non si riusciva a porre argine al male, la crisi sarebbesi fatta attendere ben poco. S'ebbe un consulto con quel costrutto che potete credere. Si crollò molto il capo, si dissero molte parole lunghe ch'io non intesi, e finalmente ci si prescrisse di partire senza indugio per uno Stabilimento idropatico assai rinomato del Piemonte. Il recarmi in quel paese, il passar presso Torino, ove tre anni addietro (chè in mezzo a queste tristezze eravamo giunti sino alla primavera del 1853) avrei dovuto andare sposa adorata e felice, mi destava, ve lo confesso, un senso invincibile di repulsione. Ma io non potevo nemmeno esitare e feci subito i miei preparativi di viaggio. Scrissi a Gustavo che mi dirigesse le sue lettere (erano divenute così rare!) allo Stabilimento di***, concertai col notaio Anastasi che ad ogni urgenza lo avrei avvisato, affinchè non mi lasciasse sola nei pericoli e nelle angustie, e poi con volto sereno mi accinsi al mio ufficio di guida e d'infermiera al povero malato. Nello scrivere a Gustavo non potei a meno di pingergli la tristezza del mio stato, e la solitudine dolorosa che l'avvenire mi preparava, e gli ricordai i suoi giuramenti e la mia costanza e la necessità di troncare sì lunghi indugî e di farmi sua. Era la prima volta ch'io mi abbassavo a pregare, ma la sventura aveva spezzato il mio orgoglio, ed io più non riconoscevo me stessa.

Lo Stabilimento ove ci recammo era in una situazione assai pittoresca e, più che amena, maestosa. Sorgeva sopra un'altura, in mezzo a una corona di monti, quali vestiti di abeti e di castagni, quali aridi e coperti di neve. Da una rupe vicina scendeva a balzi capricciosi una cascata limpidissima e fredda come il ghiaccio, una parte della quale, sviata dal suo letto, veniva ad alimentare le docce dello Stabilimento. E lo strepito dell'acqua, e il fischiare del vento tra i rami dei faggi che ombreggiavano la parte superiore del colle, erano i soli romori di quei luoghi tranquilli e deserti. Il villaggio, che consisteva in un gruppo di casolari intorno a una chiesa, stava a un quarto di miglio più basso, ed era nascosto da una svolta della strada, nè dava altro segno di sè che mediante i rintocchi della campana che batteva le ore o chiamava i fedeli alla preghiera. E qua e là, o nel fondo della vallata, o sulla pendice di un monte, altri gruppi di case ed altri campanili rendevano testimonianza della presenza dell'uomo che, convien confessarlo, in mezzo a quella natura superba pareva la più piccola e meschina cosa del mondo. I gioghi a levante erano poco elevati, e perciò lo sguardo misurava da quella parte un largo spazio di cielo e l'alba veniva a salutarci assai presto. Una montagna dirupata ed altissima chiudeva invece la vallata a ponente, affrettandoci almeno di due ore il tramonto. Ed era uno strano spettacolo il vedere il sole sfolgoreggiar lungamente sul cocuzzolo di quell'alpe e dardeggiare i suoi raggi sulle cime prospettanti, passando sopra i nostri capi e lasciandoci nelle tenebre. Così, mentre una parte della vallata era involta dal mite e vaporoso chiaror del crepuscolo, la parte opposta si trovava immersa già nella notte, e qualche lumicino, che si moveva silenzioso come lucciola errante, empiva l'anima di malinconìa e di mistero.

Allo Stabilimento non ci si andava senza cagioni piuttosto serie, ed esso non era quindi uno di quei ritrovi romorosi, nei quali convengono tutti gli sfaccendati, e le occupazioni della galanterìa pigliano buona parte della giornata. Ivi si pensava davvero a curarsi, e il sussiego e il riserbo degli ospiti rispondevano perfettamente al regime claustrale che ci era imposto. Tanti rintocchi di campanello per la doccia, tanti per la colazione, pel desinare, per la cena, tanti per la passeggiata. Dalle una alle due tutti coloro che si reggevano sulle gambe andavano su e giù lungo il viale d'ipocastani che fiancheggiava l'edifizio, silenziosi come Certosini e avviluppati nel loro mantello a ogni alito di vento che spirasse fra gli alberi. Un po' più d'espansione v'era, come al solito, dopo il desinare. Allora parecchî dei commensali si raccoglievano nel salotto vicino a leggere i giornali e a chiacchierare alquanto. Nello stesso salotto faceva mostra di sè anche un pianoforte vecchio e polveroso, ma guai a toccarlo! c'era sempre qualcheduno dei presenti soggetto al mal di nervi o al dolore di capo, che minacciava d'andare in convulsioni se non lasciavate in pace la tastiera. Alle 9 e mezzo della sera poi si spegnevano tutti i lumi, e di buono o mal grado ciascuno doveva ridursi nella propria stanza.

Sono pochi i malati, ai quali i primi giorni di una nuova cura non paiano recar giovamento. Giova soprattutto il mutar cielo e clima e abitudini. Lo svago dello spirito, la speranza di riafferrare la vita che fugge, esercitano una influenza benefica sul corpo fievole e affranto, e gli ridonano un soffio dell'antico vigore.