Anche mio padre, poichè fu riposato dalle fatiche del viaggio, sentì alquanto scemate le sue sofferenze, e nella settimana che succedette al nostro arrivo potè uscire più volte appoggiato al mio braccio e venire a pranzo alla tavola rotonda e mangiare con discreto appetito. Invero il medico dello Stabilimento avea crollato il capo con piglio serio e pensoso dopo aver visitato l'infermo, e udito da me la descrizione della sua malattia; ma chi non sa che il desiderio riesce ad aggiustare a suo modo i più tristi pronostici?

E poi l'animo mio era improvvisamente disposto a veder tutto color di rosa. In un giornale di Torino io avevo letto che il plenipotenziario piemontese a Londra avrebbe lasciato il suo posto entro due mesi, e ciò significava per me il ritorno di Gustavo e l'adempimento della sua promessa. Era strano invero che Gustavo non s'affrettasse a darmi la lieta novella, era strano che, dopo la descrizione da me fattagli del mio misero stato, egli non mi mandasse una riga; ma forse la lettera era stata diretta a Milano, o si era smarrita per via, o si era intercettata alla posta austriaca. In quel tempo siffatti sconci accadevano spesso. Comunque sia, il bisogno di credere a giorni meno sconsolati mi aveva racceso in cuore la fede, e m'era persino riuscito d'infonderla nel padre mio, già così pertinacemente ostile a Gustavo. — Lo vedrai, babbo, — io dicevo, — egli tornerà, egli mi farà sua, e tu non avrai più a turbarti pel mio avvenire. —

Povera illusa! Quanto presto il disinganno doveva tener dietro a questi augurî baldanzosi e felici!

Il dì seguente a quello in cui mi cadde sott'occhio l'annunzio, cagione per me di tanta allegrezza, mio padre respirava le dolci aure del tramonto, seduto su una poltrona a ruote ch'io avevo sospinta nel giardinetto su cui riusciva il salotto da pranzo. Egli era un po' taciturno, ma sereno; io, ritta dietro a lui e appoggiata coi gomiti alla spalliera della poltrona, contemplavo in silenzio la cresta acuminata della montagna che ci sorgeva dinanzi, e volavo col pensiero oltre a quei gioghi, oltre ai confini d'Italia, affrettando col desiderio il ritorno del mio sposo. Tre o quattro signori sedevano a pochi passi di là intorno a un tavolino, sorseggiando il caffè e discorrendo di politica. Era tra loro il marchese di Villa Gioconda, un vecchio aristocratico piemontese, fornito di alquanta boria patrizia, ma, in fondo, vero gentiluomo nell'aspetto e nei modi. Egli aveva presa più volte cortese parte allo stato di mio padre, ed era fra' pochi ospiti dello Stabilimento, con cui si fosse ricambiata qualche parola. Ma quel giorno (era il 15 di maggio, nè dimenticherò mai quella data) doveva venirmi da lui lo strale che mi ferì senza speranza di salvezza.

— Sapete ciò che mi si scrive da Torino? — diss'egli rivolto al gruppo che lo circondava. — Che il conte*** nostro ambasciatore a Londra, dopo essergli andati falliti i matrimonî principeschi che sognava per la figliuola, stia per concludere una mésalliance, dandola in isposa al suo segretario. — E lo nominò.

Quest'annunzio così improvviso ed inaspettato mi piombò addosso come un fulmine. Un grido era sul punto d'irrompermi dal petto, ma con uno sforzo potente seppi frenarlo, e si convertì in un gemito cupo, sordo, profondo. Non caddi, perchè fui in tempo di afferrare con ambe le mani la spalliera della poltrona, alla quale io ero appoggiata, e tenermivi stretta, mentre tutti gli oggetti circostanti mi traballavano intorno vertiginosamente. Mio padre, pallido come uno spettro, s'era girato con mezza la persona sulla scranna, e mi guardava con occhi stravolti, e tentava balbettar qualche parola che il labbro non riusciva ad articolare.

La commozione destata in noi dal suo discorso non era certo sfuggita al marchese, ed io lo intesi soggiungere in fretta: — Del resto è un pettegolezzo che probabilmente non avrà nulla di vero. — Indi, scostatosi da' suoi interlocutori, ci si fece dappresso, e con nobile delicatezza fingendo ignorar la cagione del nostro turbamento, e volendo per quanto fosse in lui riparare al male che ci aveva fatto, mi disse: — Parmi, signorina, che suo padre soffra più del consueto. S'egli non isdegna il mio appoggio per risalire alle sue stanze, eccomi agli ordini suoi. — Nello stesso tempo si chinò verso il malato offrendogli il braccio, e poichè quegli non oppose resistenza, lo portò, più che non lo accompagnasse, sino all'uscio del nostro quartiere. — Ora le manderò il medico, — riprese prima di accomiatarsi. — E dacchè ella è sola e angustiata, povera signorina, io la prego che voglia disporre in questi giorni del marchese di Villa Gioconda. —

Per quanto io ammirassi siffatto riserbo, non potei a meno di prorompere: — Marchese, ciò ch'ella diceva a' suoi amici, è proprio vero? —

— Le giuro sull'onor mio, — egli rispose, — ch'io non ne so nulla di certo. È forse una chiacchiera di caffè riferita per lettera, e da me stolidamente ripetuta. Si faccia animo, ottima signora, e non mi serbi rancore. —

Io non chiesi, egli non disse di più. Scese le scale, e di lì a pochi minuti fu da noi il dottore dello Stabilimento. Cominciò col domandarmi se questo peggioramento repentino fosse da ascriversi a cause morali, e concluse che se non c'era modo di tranquillare l'animo evidentemente agitato dell'infermo, era pur troppo assai difficile di stornare una prossima crisi. Questi suoi presagî erano, ben s'intende, annacquati in molte parole che miravano a temperarne l'effetto: io però non m'illusi un istante. Poscia il medico mi confessò ch'io pure ero molto stremata di forze, e avevo il polso febbrile.