— Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il mio amico.

— Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito. Proprio come Oreste e Pilade!...

— Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa dicevo? Ah! dicevo che gli sforzi fatti per addomesticarlo erano falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle debolezze della sua età! A ventitrè anni egli era.... —

La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò tuono.

— Ma ciò poco importa. Nemmeno le questioni politiche, e qui spero che mi lascerete parlare, l'occupavano più che tanto. In quel tempo singolare, nel quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh! non fate smorfie, perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche del Berchet; e alla porta dei tepidi teatri e delle sale sfoggiate vi aspettava talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg; in quel tempo, in cui pareva non esservi posto nella vita che per la farsa e per la tragedia, il nostro originale era riuscito a tenersi ugualmente lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da quelle allora assai più nobili, ma assai più pericolose, delle società segrete. E non era diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno dai sospetti, e non era viltà, chè egli non aveva sortito natura codarda; era soltanto quella sua grande passione dello studio che soverchiava in lui gli altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva noncurante di molte cose che esercitavano un fascino sulla comune dei giovani.

Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni, quando seppero un giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste domande correvano di bocca in bocca, e per uno o due giorni tutti malignavano dicendo: — Sta a vedere che grossa corbellerìa egli ha commesso!

Egli! — interruppe la signora Anna. — Abborro gli anonimi.

— Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene: il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo momento, non aveva commesso quella grossa corbellerìa che gli si attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in uomo che aveva sì poca pratica di queste faccende.

— O che non aveva forse gli occhi questo signor Alberto?

— Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palimsesti, e capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'inscrizione in lingua sanscrita che sulle forme divine della Venere di Milo. A ogni modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come profumo da fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza piena a un tempo d'abbandono e di fuoco, di soavi malinconìe e di celesti sorrisi.... E quella fanciulla non aveva, io credo, che sedici a diciassett'anni....