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Il salotto da pranzo non è nè troppo grande, nè troppo piccolo, è ammobiliato senza lusso, ma con discreta eleganza: un lume a petrolio in mezzo alla tavola vi spande un sufficiente chiarore.

Regna un silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitar della fiamma nel camminetto. In una poltrona vicina alla tavola è sdraiato il signor Emilio, bell'uomo che a vederlo non mostra più di quarant'anni, sebbene abbia già qualche capello grigio in testa, e qualche piega un po' risentita sulla fronte. Del resto, ha fisonomia, oltre che simpatica, intelligente e leale. Tiene in bocca il sigaro, in mano una gazzetta, ma nè fuma, nè legge.... il rêve, come dicono i Francesi, o el fila caligo, come si dice espressivamente in Venezia. Dirimpetto a lui, e fissandolo ad ogni tratto senza lasciarsi scorgere, è seduta la Clarina, avvenente ragazza sui diciotto, seppure gli ha, con occhi pieni a un tempo di vivacità e di dolcezza, labbretti di rosa fatti apposta per sorridere e per dare e ricever baci, e folli capelli di color castagno; colore che dai poeti (ad eccezione dell'Aleardi nell'Ora della mia giovinezza) non si vuol celebrare, ma che incornicia in guisa mirabile un leggiadro visino. È pallida alquanto, ma non datevi pensiero, io non ho punto intenzione di farvela morir tisica, e se la fu malata, oggi sta perfettamente. Infine mi onoro di presentarvi l'Angelica, zittellona che ha compìto ormai i nove lustri, che tiene il quid medium tra la cameriera e la dama di compagnia, che ha visto nascere la Clarina e morir la povera mamma di lei, e che è trattata a buon dritto come un membro della famiglia. Oltre all'affetto sviscerato pe' suoi padroni, l'Angelica va distinta per tre qualità: un abborrimento smisurato pel matrimonio, una tenerezza grandissima per un pingue gatto soriano che porta il nome singolare di Artaserse (nome impostogli dalla padroncina in un momento di fervore per la storia di Persia) e un'abitudine inveterata di dormire tutte le sere d'inverno dalle sette alle otto col sullodato animale sulle ginocchia nella stanza ove stanno Clarina e suo padre, a cui l'Angelica dice di voler tenere compagnia. Altro che compagnia! Ella dorme come un serpente boa dopo che si è ben pasciuto. In questo momento però ella è tuttora svegliata, quantunque il capo cominci a divenirle grave, e il silenzio, in lei inusato, accenni all'approssimarsi di Morfeo. Artaserse con occhi semichiusi le sonnecchia in grembo, e solo di quando in quando mette fuori la lingua a leccarsi i baffi, umidi ancora di qualche ghiotto manicaretto. Le corse precipitose e un miagolìo erotico di altri gatti sul tetto delle case vicine rompono la quiete della stanza. L'Angelica dà un balzo sulla sedia con notabile incomodo del tranquillo Artaserse, il quale si sente minacciato nella sua posizione. Nondimeno la bestia, se oso chiamar così un quadrupede tanto stimato, ritrova presto il suo centro di gravità, e l'Angelica, cacciandogli la mano entro il morbido pelo e carezzandogli il muso con quell'espansione che non volle usare con nessun uomo al mondo, esclama: — Beato te, Artaserse, che non hai di queste seccature! — Il ben pasciuto animale non si dà pensiero dell'allusione offensiva, ma torna a socchiudere gli occhi e a russare. Il signor Emilio sorride fuggevolmente, e la fanciulla dà una scrollatina di spalle.

Suonano le sette all'orologio dell'andito. È l'ora che l'Angelica e il suo micio sogliono addormentarsi davvero, è l'ora delle confidenze tra padre e figliuola.

Ma stasera le labbra di entrambi sono suggellate. Tic tac, tic tac; battono i secondi, passano i minuti, le ultime bragie scoppiettano nel camminetto, i due dormienti empiono la stanza del loro grave respiro, ma la Clarina ed il signor Emilio non dicono una parola.

Finalmente Clarina si alza dal suo posto, comincia col dare un'occhiatina al termometro appeso alla parete vicino alla credenza, poi fa un rapido cambiamento di fronte, e sfiorando appena il tappeto co' suoi piedini leggieri, va a sedersi accanto al signor Emilio, gli mette un braccio intorno al collo, gli leva di bocca il sigaro e di mano il giornale e bisbiglia: — Babbo. —

Egli alza su lei il viso atteggiato a infinita dolcezza, le ravvia con la mano i bruni capelli sulla fronte, e dice: — Clarina mia, ti senti proprio bene stasera?

— Come un pesce. O perchè sono un po' pallida mi crederesti ancora malata?

— Dunque non c'è proprio più nulla, nulla?

— Ma nulla affatto. Vuoi vedermi ballare?