— Stiamo a vedere, anche perchè ora la nave si muove troppo.
— Potremo operare a Dakar. A che latitudine possiamo essere stamani?
— Lo sapremo a mezzogiorno. Ieri eravamo a 23 e 15.
— Dakar è?
— A 14 e 45.
— Sicchè giungeremo?
— Nella notte.
Il professor Axerio esaminò di nuovo la ferita, la brancicò, cercò intorno battendo con le dita se c'era un principio di versamento interno, vi spinse dentro l'indice e fece ruggire e torcersi sulla spina dorsale l'uomo che era con la faccia voltato dall'altra parte. Dopo di che se n'andò aggiungendo:
— Se mai, m'avverte, vero, dottore? Opererei volentieri.
Ripassando tra gli emigranti intravide il Buondelmonti in una ressa, si ricordò della discussione e per la prima volta sentì d'odiarlo; e perciò per non incrociare gli sguardi con lui alzò gli occhi verso il ponte della prima classe dove al parapetto che dominava il ponte basso degli emigranti a prua, scorse altri passeggieri che guardavano, fra i quali sua moglie e il Porrèna, perchè già il ferimento s'era risaputo da più d'uno. C'erano alcuni nella prima classe i quali sentivano o ostentavano di sentire nausea e ribrezzo per quel carnaio umano che attraversava l'oceano insieme con loro. Altri poi, la gran maggioranza che da mattina a sera si saziava di chiacchiere godendosi l'ozio della navigazione fra la sala da pranzo e il salotto per fumare, non se n'occupavano e non ne sapevano nulla. Ma altri invece sentivano compassione di quel migliaio di vite miserrime che respiravano vicino, e altri infine vi cercava il pittoresco, il non più visto, era attratto dallo stesso orrido e dallo stesso lurido; perchè nessuno aveva conosciuto in terra uno spettacolo di moltitudine come quello offerto agli occhi di chi riguardava dall'alto del ponte il rifiuto del mondo che formicolava giù a prua. C'erano sull'«Atlantide» napoletani, calabresi, siciliani, veneti, come c'erano d'altre nazioni d'Europa, d'Asia e d'Affrica, spagnuoli, tedeschi, polacchi, arabi e turchi di Siria, della Tripolitania e della Tunisia. C'erano bellissime giovanette arabe con grandi occhi neri stupefatti in una faccia di perla, e donne di Siria orribilmente tatuate dalla gola fin sopra al mento, e turche di Tunisi bestialmente accosciate a terra nell'ozio senza fine, e grassi lenoni di Lisbona che menavano a Buenos-Aires femmine di Marsiglia tutte tinte di rosso. C'era il rifiuto della feccia delle città cacciato dalla cupidigia della avventura, c'era il rifiuto della miseria delle campagne cacciato dalla fame; i rifiuti de' rifiuti del vecchio mondo navigavano verso l'ignoto del nuovo mondo. Navigavano come altri avevano navigato prima, come altri avrebbero navigato dopo, come onda segue onda incalzata dallo stesso vento; e così quelli venivano incalzati ed espulsi fuori de' loro paesi natali dalla ridondanza d'altri vivi. Venivano espulsi uomini e donne col sacco de' loro cenci, con i loro figliuoli, con i cuori carichi di superstizioni millenarie, con tutta la loro ferocissima bestialità e tutta la loro umiliata umanità. Per venti giorni mangiavano, prendevano il sole e il vento, la notte scendevano giù nelle stive e facevano tutt'un carnaio fermentante e suppurante, con la prima luce risalivano su a fermentare e a suppurare al sole e al vento guardando stupefatti la purità del cielo e del mare, con le loro pupille umane, e poi toccata la riva d'America si sarebbero dispersi, usciti dall'ignoto, un'altra volta nell'ignoto.