Il Buondelmonti parlava perchè il cuore eroico gli traboccava, perchè i pensieri che esso aveva concepiti una volta in Italia nella solitudine del suo studio, ora nella mente gli si risvegliavano animati dagli spiriti del mare e del cielo, dell'amor di patria e della guerra. La guerra e la patria davano ai suoi pensieri l'animazione; il cielo e il mare lo spazio. Egli nel suo libro l'«Elogio della guerra» aveva celebrato la guerra madre d'uomini e di popoli magnanimi. L'aveva celebrata mostrando come fosse capace di riattivare i valori maggiori dell'animo umano e di deprimere quelli inferiori venuti su nei lunghi periodi di pace, i valori de' mercanti e de' demagoghi, i valori degli spregevoli borghesi e l'opinione pubblica degli omiciattoli pusilli. Aveva mostrato come la guerra distruttrice di esistenze effimere fosse creatrice d'eterno umano ideale, e come quindi la sua morale fosse più alta di quella della pace. E come spazzasse via i popoli inferiori, o debilitati dalla vecchiezza e putrefatti in lunga decadenza, e portasse al comando del mondo i popoli migliori, nuovi, barbarici, e come suscitasse e diffondesse le grandi civiltà. E il Buondelmonti aveva celebrato i greci, Alessandro, i romani, tutti i popoli e gli uomini guerreschi sino a Napoleone Primo. Aveva celebrato la guerra paragonandola col dolore della maternità: come la natura vuole che le madri partoriscano con dolore, così vuole che altrettanto accada per le nazioni le quali debbono esser madri delle civiltà. Come delle femmine dell'uomo così è delle nazioni: alcune sono sterili e altre feconde. — Noi tutti, aveva scritto nel suo libro il Buondelmonti, vorremmo formare della nostra Italia un organismo non sterile, ma creatore, e la sua creazione altro non potrebbe essere se non il nuovo impero e la nuova civiltà, e perciò dovrebbe farsi l'animo a patire la guerra che è il mezzo di creazione. — Così il Buondelmonti aveva celebrato la guerra. L'aveva finalmente celebrata come supremo atto della nazione, della nazione la quale al pari della musica, dell'arte, della religione, è uno sforzo dell'uomo per uscire dall'individuo e propagarsi nel tempo e nello spazio. Nella musica l'uomo s'oblia, nella religione e nell'arte si trasfigura e si eterna, nella nazione s'incarna in società vaste e nel corso delle generazioni. La guerra è il sacro supremo atto dell'incarnazione nazionale, mentre le esistenze individuali muoiono.
Ora tali pensieri si risvegliavano nella mente del Buondelmonti tra cielo e mare. Egli navigava alla testa d'un drappello tornando verso la patria e andando verso la guerra. E perciò la sua vita era finalmente lirica nella realtà dei fatti com'era stata nella realtà della poesia e dell'arte. Era eroica com'era stata nella profonda conoscenza storica. E perciò parlava, parlava più di tutti. Ed ai compagni parlava delle più grandi cose, animato dal grande inno eroico che risonava dentro di lui.
E i compagni gli si raccoglievano intorno a sentirlo, prima quelli che si trovavan più vicini e poi altri e poi altri e poi tutti, perchè erano incantati dall'eloquenza che a Rio de Janeiro li aveva rapiti via, e perchè nella sua voce sentivano l'animazione del grande inno che più li incantava ancora.
Il Buondelmonti parlava del vasto, veloce, potente mondo moderno descrivendo macchine e ogni sorta d'invenzioni, di terra, di mare e di cielo, ora i piccoli navicelli micidiali che filano sotto mare, ora i veicoli che volano sulla terra, ora quelli che tentano le vie del cielo, ora descrivendo il passaggio d'una parola umana delicata come l'idea da un continente a un altro, da un oceano a un altro attraverso le tempeste senza alcun conduttore. Talvolta raccontava de' circuiti aerei che avevan avuto luogo in Europa l'anno prima, in Francia, in Italia e altrove, e raccontava di certi mirabili uomini i quali si chiamavano Paulham, Lathan e Farman e per tre giorni avevano gareggiato in potenza di volo e uno aveva per ore e ore tenuto il cielo a grandi altezze, mentre sopraggiunte le tenebre della notte imperversavano vento, pioggia e fulmini. Altre volte il Buondelmonti che riuniva in sè la forza di tutto il passato, di tutto il presente e di tutto l'avvenire, metteva i compagni a parte delle grandiose e terribili visioni del suo spirito, fondate sull'istinto che egli aveva delle leggi storiche. E parlava di grandi guerre che sarebbero avvenute fra continente e continente e d'imperi che sarebbero sorti tali da sembrare in paragone ben piccoli quelli antichi e i presenti. Oppure altre volte parlava di arti e di grandi artisti e poeti del passato, di Michelangelo e di Dante e dei monumenti che adornano Roma e le altre città d'Italia.
E altre volte il Buondelmonti mostrava il mare, il cielo, le mutazioni di colori, il sole che scendeva nel mare. Ci furono giorni e giorni in cui al parapetto la nave era tutta pupille che guardavano. Guardavano come da sera a sera i colori variavano, come nella stessa sera i colori nascevano, si mutavano gli uni negli altri, morivano, rinascevano, si combattevano, vincevano ed eran vinti. Guardavano e perdevano gli occhi sopra un mare verde sotto un cielo tutto nuvole lilla, mentre il sole moriva in un campo di fuoco. Un'altra sera vedevano il sole morire in campo d'oro. E quando il sole era sparito, tutto il gran cerchio del mare pareva un'immensa fiorita di violette legate intorno da un filo d'oro. Ma soprattutto quelli uomini godevano come fanciulli dinanzi ai tramonti monumentali, quando l'artista divino e giocoso, il sole, prima d'abbandonarli, dava loro una gran festa di creazioni fantastiche, suscitava con i suoi raggi e con le nuvole edifizi non più visti, castelli, laghi, isole, città e foreste.
Ma la notte Piero Buondelmonti quando si ritrovava solo, spesso non riusciva a prender sonno per via del dolore di Giovanna, nè ora era soltanto dolore, sibbene acutissimo rimorso. Prima aveva provato dolore ed ora provava rimorso, perchè la sua coscienza s'era finalmente per la prima volta svegliata e gli diceva che per causa di lui e non di altri Giovanna era morta. Egli e non altri aveva tolto dal mondo quella giovane vita. Egli avrebbe potuto spiegare a Giovanna le sue idee, far di lei una sua discepola, darle quella grande anima e quella grande coscienza di cui essa era degna; e invece aveva fatto di lei la sua amante ed era stato la causa della sua morte. Oh rimorso, rimorso! Sempre il Buondelmonti, quand'ei tornava individualmente in sè, trovava questo rimorso pronto a lacerargli il cuore. E di notte balzava a un tratto dal sonno e si metteva a invocar Giovanna con lacrime e con i nomi più cari e più santi per far tacere il suo rimorso. E si ricordava di quando il Berènga aveva pregato per l'anima di lei, e di quando egli stesso sulla tomba di lei aveva pregato, e tornava a pregare, a pregare, come se avesse fede, e certe volte gli pareva d'aver fede e di vedere l'anima di lei e di parlarle e di chiederle perdono, e così talvolta aveva requie dal rimorso. Ma altre volte questo gli straziava di più il cuore, perchè il Buondelmonti si ricordava di avere spesso a Rio de Janeiro giudicata male Giovanna, quando l'aveva giudicata una piccola borghese, la solita donnetta frivola capace di darsi per ozio, o per vizio, o per vanità, non per passione d'amore. Oh il rimorso dell'offesa! Ora invece gli riappariva quale gli era apparsa un attimo prima della tragedia, quand'egli aveva visto balenare la persona di lei sulla porta e subito aveva sentito il grido: — Piero! — Un attimo d'un attimo aveva visto, prima del colpo, la donna precipitarglisi contro, un attimo d'un attimo l'aveva sentita stretta a sè, e poi più nulla. Oh rimorso, rimorso! La sua sorella eroica! La sua sposa ideale! Ma ora, ora soltanto la comprendeva, ora soltanto, e prima no; prima l'aveva amata senza comprenderla! Prima amandola l'aveva umiliata e offesa! E la notte sull'oceano gli ritornava dinanzi come gli s'era presentata a Rio de Janeiro, fuggitiva dal tetto domestico, piccola piccola e tremante e balbettante: — Son tutta insozzata, son tutta insozzata! — E Piero non aveva potuto toccarla, come se essa fosse stata tutta una piaga. Ora egli apriva finalmente gli occhi: non Giovanna, ma lui aveva peccato contro l'amore; lui che a Roma, durante il viaggio, a Rio de Janeiro altro non aveva cercato se non l'avventura d'amore. Ora finalmente apriva gli occhi! Egli non aveva amato Giovanna e soltanto aveva desiderato di diventare il suo amante! E sempre era stato così, tutta la sua vita non era stata se non un tessuto d'amori e d'amorazzi, senza amore. Ed ora nella solitudine della notte oceanica questo amore sorgeva in lui soltanto per il pensiero di Giovanna, della giovane donna che era morta per causa sua. Oh rimorso! Egli tornava in patria, essa era rimasta laggiù laggiù, sepolta nella terra straniera. Dal suo giaciglio, mentre la nave andava nella notte, Piero fissava quel punto che sempre più s'allontanava, quel punto dove egli s'era inginocchiato ed aveva pregato. Perchè almeno la cara salma non tornava più in patria con lui su quella stessa nave? Piero fece voto d'adoprarsi per questo dopo la guerra, se fosse stato ancor vivo; sarebbe andato dai parenti di Giovanna, o avrebbe trovato altra via; ma Giovanna doveva tornare in patria, ed egli stesso un'altra volta avrebbe attraversato l'oceano per accompagnarvela.
E una notte Piero uscì dalla sua cabina. Lo stretto corridoio delle cabine era quasi all'oscuro, e nel silenzio si sentiva l'ansito della nave e il fiotto del mare che la flagellava. Piero corse lungo il corridoio e in fondo battè a una porta. Una voce di dentro rispose:
— Aprite.