Finalmente la mattina dell'undecimo giorno dalla partenza di Rio de Janeiro il capitano annunziò:
— Stanotte vedremo il Capo Spartel sulla costa d'Africa e domani a quest'ora avremo già passato lo stretto e saremo nel Mediterraneo.
Tutti furono presi dalla gioia e quelli che erano già stanchi della navigazione si rianimarono. Ma poi molti pensando che sarebbero sbarcati a Genova mutaron la gioia in una pena segreta perchè avrebber voluto, anch'essi, rivedere il loro paese natio. E alcuni rifacevano tra sè e sè il viaggio che cinque, dieci, vent'anni prima, avevan fatto dal loro paese natio a quel porto per emigrare; rifacevano quel viaggio muti a' parapetti della nave guardando, anch'essi, lontano lontano di là dall'orizzonte del mare, guardando in un punto dove per ognuno il cuore metteva la patria, una pianura breve più di quanto gli occhi avrebber potuto comprendere, oppure un monte, anche essi, o una ripa di fiume, poche case, un campanile, una casetta. Quest'era, anche per loro, la patria, e sarebbero sbarcati lontano, sarebbero andati a combattere e forse a morire lontano senza più rivederla. Ma in loro, in alcuni di loro, si risvegliò ora il ricordo della guerra e che andavano a combattere insieme. Occhi si cercarono con occhi, nè alcuno si sentì più solo, separato dagli altri nel suo paese natio, ma in tutti risorse l'amore dell'altra patria più grande. Ci fu chi cominciò a cantare un inno guerresco della patria, e poi altri e poi altri, e poi finalmente l'entusiasmo riguadagnò tutti, un delirio pari a quando a Rio de Janeiro dodici giorni prima avevano fatto l'offerta della loro vita.
La notte poi stavan tutti al parapetto della nave aspettando che apparisse il faro annunziatore dello stretto di Gibilterra. Aspettavano con tutta l'anima nelle pupille fisse avanti nella notte, perchè sembrava loro per la prima volta d'esser sul punto di rimettere piede in patria, sembrava di vedere i campi di battaglia e d'accorrervi anch'essi. Tirava un po' di vento e portava un piovischio negli occhi; un nuvolame fosco si moveva per il cielo lasciando qua e là scoperte le stelle. Tutto l'orizzonte era ingombro dell'umidor della pioggia e pareva biancicare. Più frequenti delle altre notti si vedevano i lumi delle navi sboccate dallo stretto. Ma le pupille de' reduci si spingevano attraverso la notte cercando di centuplicar la loro virtù per afferrare il lume che già era quello della patria. E ora uno, ora un altro dicevano:
— Eccolo! Eccolo!
E tutte le pupille ansiose cercavano verso il cenno delle mani nell'oscurità. Ma il lume non era visto e solo apparivano qua e là barlumi avvolti nell'umidore e sparivano. Si navigava ancora in silenzio, si tornava a sentire il soffio del vento che portava il piovischio nelle pupille. Ma poi un'altra voce rispuntava e altre e più e più:
— Eccolo! Eccolo!
Finchè dall'alto del ponte di comando il capitano gridò:
— Il Capo Spartel!
Il fremito dei petti si levò, poi fu silenzio, si sentì l'impeto della nave nel mare oscuro. Ma poi di nuovo si levaron voci, grida, canti e tutti passaron la notte sul ponte senza dormire aspettando l'alba.