E sul medesimo colle due giorni dopo ci fu nella villa di Lorenzo Berènga il pranzo al quale erano invitati brasiliani e italiani di Rio de Janeiro e di San Paolo. Quando il Buondelmonti giunse alla villa del Berènga, questi lo condusse sulla terrazza dove già stavano il professor Axerio e molti altri. Alcuni si fecero incontro al Buondelmonti, e primo un letterato di Rio de Janeiro il quale gli mostrò il panorama che si godeva di lassù, la valle, la città e le isolette nella baia che già incominciavano a illuminarsi al cader della notte. Il direttore d'un grande giornale di Rio de Janeiro, un signore d'alta statura con una faccia ossuta, grigiobarbuta e un po' insaccata in due spalle strette e montanti, era accanto a loro, guardava con un sorriso di bontà un po' attristita e punteggiava di quando in quando con qualche monosillabo d'assentimento le descrizioni del letterato. Il quale si chiamava Francisco de Faria Lemos e parlava benissimo l'italiano con una voce nasale dolce, lenta e un po' strascicata, e congratulandosi con lui il Buondelmonti, gli raccontò che aveva viaggiato molto in Italia e che aveva avuto sempre tante amicizie fra gl'italiani per via del padre che era stato avvocato del consolato italiano. Accostatosi un signore di aspetto grave e delicato, il Berènga lo presentò al Buondelmonti.
— Il nostro pastore.
Un calabro, di nome Giorgio Tanno, piccoletto e forte, tutto negro d'occhi e di pelame e con una cicatrice che gli scendeva giù dallo zigomo per la gota destra rompendogli la barba, spiegò al Buondelmonti che il Berènga era protestante. Il quale poco dopo presentò un altro invitato.
— Giacomo Rummo, testa calda!
Il presentato, un uomo asciutto e solido, con una faccia ferma e una barbetta a punta rossiccia, chinò appena la fronte e s'allontanò. E il Tanno al Buondelmonti che non ne aveva afferrato bene il nome, spiegò che era un socialista rifugiatosi d'Italia nel Brasile al tempo di moti politici. Il Buondelmonti disse sorridendo:
— Ora capisco perchè s'è allontanato così da me!
Sopraggiunse Quirino Honorio do Amaral e col suo bell'impeto cordiale raccontò al Buondelmonti che aveva fatto annunziar il suo arrivo da tutti i giornali e dar notizie di lui e delle sue opere. Sopraggiunsero gl'invitati di San Paolo. Erano otto o dieci italiani d'ogni regione d'Italia dalla Lombardia alla Sicilia, uomini d'affari arricchitisi con strenua operosità. C'erano tre grandi importatori di prodotti europei, un banchiere, grandi negozianti e padroni di fabbriche tra le primissime di laggiù nel loro genere. Questi col Berènga costruttore e col Tanno padrone di officine e con pochi altri di Rio de Janeiro erano il fiore della colonia e dell'emigrazione italiana, nel Brasile. E il Buondelmonti, mentre stavano pranzando, li guardava, tutti quelli uomini della sua stessa patria raccolti con lui in cima a quel colle lontano dalla patria tante migliaia di miglia; li guardava a uno a uno attraverso la tavola sfarzosa, i fiori e il cristallame sfavillante sotto uno sfolgorio di troppa luce. Aveva accanto a sè Giorgio Tanno e davanti un giovane della Basilicata, di nome Pasquale Mùrola, il quale per amore della patria lasciata nell'infanzia si nutriva la mente di letture italiane, e perciò insieme col fratello aveva fatto al Buondelmonti gran festa sin dal primo incontro sull'«Atlantide», perchè sapeva chi era e quanto valeva. Ora il Mùrola parlava con un importatore di San Paolo che gli sedeva a destra, un siciliano con due occhi vivissimi in una faccia arguta e mobilissima, e il Buondelmonti capiva d'essere l'oggetto del loro discorso, perchè ogni tanto l'uno e l'altro davano un'occhiata di sfuggita verso di lui e sorridevano cordialmente. Fra gl'italiani di San Paolo e quelli di Rio de Janeiro c'era un fervore di conversazioni più forte che non fra conoscenti ed amici i quali si ritrovino dopo lungo tempo e abbiano molte cose da raccontarsi; pareva al Buondelmonti che ritrovandosi gli uni con gli altri, quelli italiani, provassero la gioia di rimpatriare. Gli occhi dell'importatore siciliano, altri occhi italiani, intelligenti e penetranti, scintillavano; squillavano le voci di tutte le stirpi italiane, de' liguri, de' siciliani, de' veneti, de' calabri, de' toscani.
Giorgio Tanno parlava all'orecchio del Buondelmonti d'un comitato della nobile società nazionale che prende nome da Dante Alighieri, fondato da lui e da' suoi amici a Rio de Janeiro pochi mesi prima. Parlava de' disegni che aveva formati per l'avvenire, sullo sviluppo da dare a quel comitato, e di alcune scuole da aggregarvi. Quando ad un tratto discostò dal Buondelmonti la faccia, e la cicatrice gli guizzò dallo zigomo fin sotto il negror della barba infocandosi. Gli occhi s'intorbidarono di ferocia e dalle labbra gli usciron queste parole:
— Perchè io sono italiano!