La giovinetta strise e rise, la maschera de' Berènga guizzò sulla sua faccia. Lorenzo Berènga aveva, d'un rilievo straordinario, dalla fronte al mento, l'impronta de' veri uomini di lotta e di conquista: l'impronta della volontà risoluta, aggressiva e dura; egli aveva dal mento quadrato alla fronte quadrata una sagoma facciale diritta come il taglio d'una spada. Ei tenne ancora Bruna col capo riverso, la contemplò a lungo, poi impetuosamente la baciò e disse al Buondelmonti:

— È figlia d'un mio fratello ucciso nell'Uruguay durante l'ultima rivoluzione.

E prese a raccontare del fratello e di se stesso. Con questo fratello maggiore e con le braccia soltanto, a dodici anni era venuto nell'America del Sud e prima erano sbarcati a Montevideo dove il fratello era rimasto, e poi lui era venuto a Rio de Janeiro dove aveva lavorato anni e anni da muratore finchè era riuscito costruire per conto suo e più volte era stato buttato a terra da colpi di fortuna, ma s'era sempre rialzato e in vent'anni nella capitale del Brasile aveva fabbricato forse più di mille case e palazzi. Lorenzo Berènga concluse:

— Mio fratello Giovacchino a Montevideo ha fatto di tutto, ha provato tutto ed è morto nella strada d'un colpo di pugnale; ma in altri tempi sarebbe diventato un Napoleone. Io mi sentivo un cencio a petto suo.

Il Buondelmonti guardava il costruttore. Questi aveva una statura poco più alta della media e membra proporzionate, ma per effetto forse d'una mirabile giustezza di proporzioni, appariva più grande, un che di grandioso era in lui, appariva ancora fortissimo oltre i cinquant'anni, ed era in lui un che di formidabile. Il Buondelmonti guardava soprattutto i fasci di muscoli che avevan le sue ciglia di qua e di là dal naso largo, massiccio, diritto, senza scavo all'attaccatura frontale. Quando Lorenzo Berènga cessò di raccontare della sua vita e del fratello ucciso, aveva la faccia un po' in avanti e non guardava nessuno. Il Buondelmonti vide che quella faccia ora metteva paura. Qualcosa di terribilmente feroce stava nell'occhio torbido sotto i fasci de' muscoli cigliari contratti e fermi come se fossero stati di ferro. Il Buondelmonti guardò ancora e scorse in quell'occhio feroce qualcosa di doloroso. A un tratto queste parole uscirono dalle grosse labbra del Berènga:

— Si è in esilio qui, si lavora e si combatte in esilio.... altro clima, altra lingua, altra gente e famiglia nuova.... Dir l'inferno di chi è solo a combattere!

Furono pochi attimi. Riapparve l'uomo cordiale e festoso dell'«Atlantide», l'occhio rischiarato. Con la sua franchezza disse al Buondelmonti:

— Lei vuol andarsene, se ne vada; si ricordi che casa mia è casa sua.

E aprendo la mano aggiunse a Bruna:

— Vattene anche tu.