— Altro clima, altra lingua, altra gente....

Era l'emigrante dell'«Atlantide». Lo rivide sopra un'altra nave, in mezzo all'oceano, a dodici anni, col fratello e le braccia soltanto.

Gli riapparvero gli emigranti con i quali aveva viaggiato, e, subito dopo, gl'italiani di San Paolo e di Rio de Janeiro con i quali aveva pranzato quella sera. E ancora risentì le parole del Berènga:

— Soli a combattere!

E a un tratto afferrò la condizione di quelli uomini: ognuno di loro era solo in mezzo alla vita collettiva del paese straniero; ognuno di loro valeva per la sua forza individuale, assente quella che centuplica tutti: la forza nazionale. Dispersi membra tronche.

Subito gli balenò e gli si fissò in mente la verità piena con queste parole:

— Sono così forti! Che avrebbero fatto, se ognuno avesse avuto con sè la forza nazionale? Invece, la patria li diminuisce.

Rivide la cicatrice sulla gota del Tanno, risentì l'insulto lanciatogli in faccia: — Evviva Menelik!

Il Buondelmonti gridò dentro di sè:

— Razza di cani! Quando vollero che l'Italia restasse sconfitta da un selvaggio, non pensarono a questo. Non pensarono che tagliavan le braccia a tanti milioni di disgraziati dispersi per il mondo! E ora l'Italia manda il medico sulla nave a pesar loro il cibo e l'aria e medicar le piaghe! Per quindici giorni, razza di cani!