A un tratto dal cancello della villa, nel buio, vide balzarsi dinanzi una forma femminile, Bruna con le mani piene di fiori. E dati questi, la giovinetta come presa da follia si mise a correre qua e là e a cogliere, a cogliere altri fiori. Il Buondelmonti diceva:

— Basta!

Ma Bruna continuava a coglier fiori senza parlare.

III.

Piero la mattina dopo mandò de' fiori a Giovanna e un biglietto nel quale la pregava di dirgli quando poteva andare a farle visita. Giovanna ringraziandolo gli rispose che gli avrebbe scritto per avvertirlo, e Piero che s'aspettava l'invito per quel giorno stesso, rimase male e si domandò: — Che accade? — Per più mattine aspettò la posta, ma la lettera di Giovanna non giunse. Egli lasciava triste l'albergo e soltanto riusciva a vincere ancora la sua tristezza visitando le scuole e i sodalizi italiani di Rio de Janeiro accompagnato da Giorgio Tanno, dai fratelli Mùrola e da altri e talvolta anche dal socialista Giacomo Rummo. Questi era segretario d'un sodalizio intitolato l'«Operaio Italiano» e quando il Buondelmonti andò a visitarlo, gli fece il viso dell'armi come al pranzo del Berènga: in fretta e furia gli mostrò le sale per puro dovere di ufficio, gli dette alcune notizie sull'origine e l'andamento del sodalizio e lo piantò lì insieme con gli altri che l'avevano accompagnato.

Un'altra volta il Buondelmonti trovò il Rummo sulla porta d'una scuola insieme con altri che lo aspettavano per riceverlo. Era una scuola d'infanzia, vi erano trenta o quaranta bambini, i figli degli italiani nati nel Brasile, i figli degli emigranti che avevano attraversato l'oceano per cercar fortuna. Erano trenta o quaranta bambini macilenti ed esangui, una sorta d'omuncoli malati in cui s'era già spenta negli occhi e nei gesti ogni vivacità italiana. Avevano ancora negli occhi un'ombra degli italiani del mezzogiorno, un orlo intorno alle palpebre d'un bel nero morato che tanto più risaltava nell'esangue macilenza dei volti. Il Buondelmonti n'interrogò alcuni e domandò loro il nome del padre e della madre e che cosa facevano, e ogni bambino rispondeva il mestiere del padre e della madre non in italiano, ma in brasiliano. Il Buondelmonti dimandò loro a uno a uno:

— Sei italiano o brasiliano?

E tutti quei bambini dai sei ai dieci anni a uno a uno risposero:

— Brasiliano.

Il Buondelmonti si rivolse al loro maestro. Questi era un giovanotto sui vent'anni bello e forte, oriundo d'Italia e nato nel Brasile. Il Buondelmonti rimase con gli occhi stupefatti a guardarlo, perchè gli parve d'assistere ad una metamorfosi. Il giovanotto aveva tutte le fattezze e la struttura e i bei colori ancora dell'italiano, ma già una lentezza, simile a quando prende il sonno, l'aveva occupato, ed era così visibile che pareva l'occupasse in quel momento. Al Buondelmonti parve di assistere al trasformarsi dell'italiano in uomo d'altro clima. Proprio come quando un colore si muta in un altro, l'italianità era ancora e già mancava. Il Buondelmonti voleva dir qualcosa al maestro intorno al suo metodo d'insegnamento, ma non gli disse nulla, scrollò le spalle e uscì dalla scuola.