Giovanna senza alzar gli occhi dalla tazza gli rispose:
— Sono sempre la stessa.
— Allora — riprese Piero — posso venir anche domani a salutarla?
Giovanna a capo chino rispose di sì.
E Piero qualche momento dopo, lasciata la casa di Giovanna, aveva nell'anima un gran proposito di lavoro. Voleva nell'America del Sud non passarsela in ozio, ma occuparsi utilmente studiando l'emigrazione italiana. Perchè la felicità aveva nel cuor di lui, già stretto dalla pena d'amore, resuscitata la coscienza nazionale come il vento da un fuoco chiuso in un cespuglio appicca la fiamma a tutta la foresta. Egli era sempre stato in Italia un forte lavoratore ed ora da più d'un mese, tra il viaggio e il resto, aveva cessato ogni seria occupazione. Era tempo di ricominciare. E scendendo da Santa Teresa in città benediceva Giovanna che gli aveva suggerita l'idea di quel viaggio e degli studii sull'emigrazione. Ella diventava l'ispiratrice della stessa sua coscienza nazionale e Piero l'adorava come non la aveva adorata mai. Giunto in città corse al consolato italiano e fattisi dare libri, relazioni, notizie, ogni sorta di documenti sulle condizioni degli italiani a Rio de Janeiro tornò all'albergo e passò tutta la notte a tavolino. Ma la mattina Giovanna gli mandò un biglietto nel quale gli diceva che era dispiacente di non poterlo ricevere il giorno per un impegno sopraggiuntole da parte di suo marito. Nulla più: non l'invitava per un'altra volta.
E allora Piero ricadde in balìa della pena d'amore perchè era orgoglioso e per tutto l'oro del mondo non avrebbe più battuto alla porta di Giovanna. Costei l'aveva attirato tanto lontano, lusingato e ora l'abbandonava. Gli riappariva il Porrèna. Li disprezzava tutti e due. Erano degni l'uno dell'altra, erano il prototipo della coppia cittadina raffinata, frivola e motteggiatrice con la quale egli non poteva parlare. Ma altre volte, specie la mattina quand'era giunta la posta senza portar un nuovo invito di Giovanna, la passione s'impossessava di lui, e allora si ritrovava solo nella città sconosciuta, i nuovi amici non esistevano più, tutte le cose esteriori erano morte, non poteva restare all'albergo ed errava per le strade senza mai trovar requie, sempre col pensiero fisso di Giovanna dentro di sè e spesso si ricordava de' giorni che avevano passato insieme sull'«Atlantide». La rivedeva tanto più amabile d'allora. La rivedeva in tanti atteggiamenti di cui gli pareva che allora gli fossero sfuggite la leggiadria e la grazia, allora che era per lui la donna la quale sarebbe stata la sua amante di lì a pochi giorni. Rifaceva la vita di bordo, giorno per giorno, ora per ora, e gli pareva di non aver goduto abbastanza della sua compagnia e di lei. La rivedeva e la risentiva parlare, ridere, camminare, uscire dalla sua cabina, entrare nella sala da pranzo, battere le mani dalla gioia, fissarlo con gli occhi ilari e intimiditi, chinare il piccolo, leggiadro capo sul mare, dirgli tante tante frivole cose sotto voce, pendere dalle sue labbra quand'egli le raccontava degli emigranti. Rivedeva quel nastro di seta color granato su quel profilo greco de' suoi capelli castani tremare al vento leggiero come la sua anima, gli era parso talvolta, a fior del mare. E tutto era pieno di lei; i suoi occhi, il suo riso, le sue vesti erano da per tutto, tutto prendeva qualcosa da lei, il mare, la nave, il cielo, la notte, le stelle. Essi avevano contemplato insieme le stelle, spiato l'apparire della Croce del Sud dopo l'Equatore, visto ondulare nella notte le alberature e le sartie nere e attraverso quelle brillare le stelle. Avevano visto la cima, dell'albero di prua tentennare quasi impercettibilmente e sopra c'era una stella, tre stelle, uno sciame di stelle, e l'albero pareva che si movesse per toccarle. E Giovanna aveva mormorato qualche parola o mandato un sospiro per esprimere la sua pena di non potersi esprimere, e a Piero quel sospiro e quella parola non erano penetrati nel cuore come ora che glie lo dilaniavano. Che paradiso avrebbero potuto dargli ora quelli occhi da cui l'infanzia non voleva partire, quella voce, quel riso, quella bocca, quelle mani piccole e magre che quella notte aveva prese fra le sue e baciate e lasciate! Perchè le aveva lasciate? Ora Piero se ne pentiva perchè sapeva che l'amore della donna è spesso il frutto della sua caduta e che ci sono donne le quali non cadono perchè amano, ma amano perchè sono cadute. Ei si diceva dentro di sè: — Perchè ho avuto questa debolezza? — E ne provava rimorso. Si ricordava che quella notte, quand'erano soli, sepolti nella nebbia, ed essa tremava e aspettava, si ricordava d'aver sentito per un attimo sfiorarsi il petto dal palpito del suo seno e di aver sentito per l'attimo d'un attimo lungo la persona il contorno della schietta persona di Giovanna, e questo ricordo gli dava un rimorso carnale che accendeva la sua passione. In certi momenti Giovanna stessa mutava aspetto e la sua voce non diceva a Piero come allora: — Pietà di me! — Ma diceva: — Perchè non m'hai soffocata fra le tue braccia? Io volevo questo, se tu l'avessi voluto. Perchè m'hai delusa? — Riappariva il Porrèna, riappariva continuamente sulla nave accanto a Giovanna.
E intanto ogni proposito di lavoro era caduto. Gli amici, Giorgio Tanno, i fratelli Mùrola, andavano a cercar Piero all'albergo dove abitava sulla riva del mare, e lo trovavano afflitto: rispondeva appena alle loro parole e non domandava più delle cose della colonia, delle scuole e de' sodalizi, che per lo innanzi aveva mostrato tanto zelo di conoscere. Talvolta quella sua natura per la quale egli poteva uscir da se medesimo e incarnar la coscienza d'una nazione, mandava il suo nobile grido contro l'altra che la teneva schiava d'amore. Piero aveva sempre avuto molto disprezzo per il romanzo borghese contemporaneo il cui eroe è sempre il giovane signore ozioso, spasimante d'amore in adulterio. Nulla di più sciocco aveva trovato mai di simile letteraturaccia da omiciattoli. Ed ora in un paese d'emigranti della sua patria, egli, apostolo della vita nazionale eroica, per altro non era venuto se non per comporre, delle sue lacrime e de' suoi sospiri, un romanzuccio d'amore e di gelosia, d'amore senza corrispondenza e di gelosia forse senza rivale. Piero si disprezzava per il suo amore e per la sua gelosia. Ma non poteva far altro se non pensare a Giovanna. Seppe un giorno che gli Axerio avevano cominciato a frequentar qualcuno della colonia e a far visite la sera. Egli andò or da questo, or da quello con la speranza di trovar Giovanna, e la cercava per la città.
Una Domenica Piero si sentiva più afflitto e solo degli altri giorni nella città sconosciuta, e più la coscienza della miseria nella quale era caduto, lo tormentava. Quando pensò che un solo uomo gli avrebbe potuto dar forza per risorgere o almeno un po' di consolazione, e quest'uomo era il costruttore di case Lorenzo Berènga. Andò a trovarlo nella sua villa a Santa Teresa dopo il tramonto. C'era nel giardino della villa la nipote Bruna la quale appena lo scorse, gli si fogò incontro a braccia aperte mandando grida festose, e Piero a un tratto si sentì consolato da quell'accoglienza tanto cordiale. Subito Bruna gli domandò:
— Lo zio?