— Son note di suo pugno?

— E di chi debbono essere? — rispose il Berènga e tirò giù altre opere che avevano in margine annotazioni piene di acume e di profonda fede religiosa. Ora l'annotatore approvava il testo e ora contradiceva, il più spesso senza discutere, seccamente, sì e no, come uomo sicuro del fatto suo e senza dubbii:

— Faccio sempre così; io non posso lasciarmi dominare quando lo scrittore mi manifesta il suo pensiero; ho bisogno di dominarlo io e annoto.

— Ma pure Lei è un uomo di fede.

Il Berènga aggrottò i fasci delle sopracciglia e proruppe corrucciato:

— Ma la mia fede è libertà, non schiavitù! La mia fede è mia, perchè me la sono scelta io, e credo perchè ho visto! Credere non mi diminuisce, mi fa così!

S'alzò sulla punta dei piedi, levò le braccia e poi sedutosi al tavolino e invitato il Buondelmonti a fare altrettanto, riprese:

— Sì, caro signor Buondelmonti! Quand'ho lavorato tutto il giorno, mi metto qui e leggo e studio. Veda, per le mie case operaie di cui Le parlavo.

Di sotto a un cumulo di libri e di fogli trasse due grandi quaderni tutti scritti e opuscoli in italiano. E dopo aggiunse:

— Vuol vedere quant'ho dovuto studiare nella mia vita?