Aprì un cassetto del tavolino e ne tirò fuori un monte di quadernetti, come quelli degli scolari e disse:

— Ecco qua come mi sono imparato il francese e l'inglese. A quarantacinque anni son ritornato ragazzo.

Il Buondelmonti dette un'occhiata ai quadernetti e s'accorse che si calmava la sua pena. Guardò il costruttore che teneva il braccio disteso sul tavolino in atteggiamento di riposo senza stanchezza e aveva sulla faccia la franca soddisfazione di parlare di sè. Lo invitò a raccontargli la sua vita. Ma il Berènga gli raccontò soltanto che era nato in Abruzzo, all'ombra del Gran Sasso, e che suo padre era capomastro famoso ne' suoi paesi e viveva ancora; e poi gli raccontò come egli medesimo era passato da muratore a costruttore mettendosi in un'impresa con un architetto di Rio de Janeiro il quale aveva finito col presagirgli che sarebbe diventato il primo dell'arte sua in tutto il Brasile. E gli raccontò come aveva imparato le matematiche e l'architettura rubando le notti al sonno. A un tratto dette una voce forte e chiamò Bruna la quale era uscita appena introdotto il Buondelmonti. Accorsa Bruna le disse:

— Tutti qui per le orazioni.

E di nuovo rimasto solo col Buondelmonti gli disse:

— Oggi è Domenica, è l'ora di fare orazione; se a Lei non piace assistervi, buona notte.

— No! Mi piace — esclamò il Buondelmonti e già respirava liberamente.

Il Berènga aggiunse contento, come per concludere:

— Insomma, caro signor Buondelmonti, qualcosa abbiamo fatto. Ho cinque officine, settecento operai, ho arricchito i miei genitori e i miei fratelli che son tornati in Italia, ho cercato nelle costruzioni che ho inalzato qui di mettere un po' di solidità alla maniera di mio padre e qualche linea italiana.

Il Buondelmonti sentiva di nuovo il desiderio d'aver notizie degli emigranti e perciò disse al Berènga: