— L'altra volta m'accennò le difficoltà d'aprirsi una strada qui.... altra gente, disse, altro clima....
— L'altra volta non mi spiegai bene. Non son uomo io da lamentarmi se trovo la vita dura. Io son più duro. Ma intendevo dire: per chi si costruisce qui? Per chi ho costruito io tanto? Fra la madrepatria e questo nobilissimo paese che ci ospita, che legame c'è? Siamo forse cittadini qui, senz'esercitare i diritti politici? E se prendiamo la cittadinanza del Brasile, siamo forse sempre italiani? E se le volessimo tutte e due, che saremmo noi? E la forza di questo suolo non divora subito i figli degli stranieri sin dalla prima generazione? Diventano figli del paese. Lei, ho saputo, ha visitato la nostra scuola. Son forse ancora italiani? E deve esser così, perchè questo nobilissimo paese ha diritto di diventar grande, perchè come tutti i paesi nuovi ha una forza d'attrazione immensa. Ma noi per chi costruiamo? Io come io, Lei può crederlo, non sono scontento di me. Ma come italiano, che avrò aggiunto con la mia forza, col mio mezzo secolo di lavoro, a quella grande cosa che dovrebbe esser l'Italia? Qui l'Italia non c'è in nessuna maniera! Qui c'è un altro paese, nobilissimo anche questo, che prenderà uno de' primi posti nel mondo, ma non è l'Italia. Io vorrei stare fra gli eschimesi, ma poter dire: — Qui la mia patria domina! — Oh, sarebbe altra cosa!
Tacque un momento. Lungo il braccio ancora disteso sul tavolino corsero gli occhi suoi sin alla mano villosa che s'aderse spalancando le dita. Poi il Berènga ricominciò guardandosi sempre le dita:
— Le dissi l'altro giorno che più volte sono stato buttato a terra da colpi di fortuna e che mi son sempre rialzato e rifatto. Una volta avevo preso grandi lavori nella capitale d'uno stato del Nord. Dovevo costruire un ospedale, un teatro e altri pubblici edifizi. Noleggiai delle navi per conto mio, assoldai più di mille operai, feci immense provviste di materiale, misi nell'impresa tutti i miei fondi e tutti i miei crediti e via! Ma in quella città di cattivo clima caddi malato, stetti dieci settimane a letto e dovetti tornare a Rio. Rimessomi, stavo per tornare a' miei lavori, quando mi giunse un telegramma con l'annunzio che eran rimasti in tronco. Corsi. A farla breve, il contratto che io avevo, fu rotto e i lavori non furon più ripresi. Tutta la mia fortuna se n'andò in quell'abisso e restai con più d'un milione di debiti. Ma senta. Vengo a sapere che qualcuno m'aveva voltato contro l'animo del governatore per agguantarsi poi lui i lavori. Io lo conoscevo, l'uomo; era un mio nemico e rivale. Un giorno l'incontro per la strada. Appena mi vide, affrettò il passo. Aveva la morte dietro. Lo raggiunsi, l'afferrai per le spalle, lo torsi all'indietro così, gli avrei troncata la spina dorsale e mangiata la faccia, vidi la sua faccia pallida dallo spavento. A un tratto sentii dentro di me una voce: — No! — Lo scossi per le spalle e gli dissi: — Vattene! — Dio voleva così.
Tacque. Il suo occhio corse ancora lungo il braccio sino alla mano che drizzò le dita come capi di serpi. Sotto il sopracciglio aggrottato l'occhio nereggiava. Il Berènga ricominciò:
— Io ero giovane allora, amavo, mi dovevo sposare di lì, a tre mesi, si seppe della mia rovina, i parenti di lei mi chiamarono e mi dissero: — Tutto è finito! — Io ero troppo orgoglioso, risposi: — Sta bene! — Portaron via quel giorno stesso la ragazza in un'altra città. E non l'ho più rivista. Io stetti un giorno e una notte seduto così a un tavolino a pensare se dovevo finirla. A un tratto una voce mi disse: — Avanti! — Mi detti una frustata nella faccia, m'alzai e ricominciai. Ma per chi, domando io? Se fossi stato nel mio paese e il mio paese m'avesse aiutato, con questo mio braccio qui mi sarei sentito la forza di creare un mondo.
Il Berènga alzò dal tavolino il braccio col pugno chiuso, e il Buondelmonti vide correr per quello un torrente di forza.
Tornò Bruna con la servitù per le orazioni comuni della Domenica e donne e uomini si disposero in circolo. Lorenzo Berènga lesse prima un frammento della Bibbia e poi alzandosi in piedi incominciò a pregare o meglio a parlare a Dio, a ringraziarlo de' benefizi che gli aveva fatti, a raccomandargli se medesimo e la nipote e il padre e la madre e i fratelli lontani e tutti i suoi servitori. Stava col tergo e con tutte e due le mani appoggiato al tavolino; la lampada elettrica che pendeva dal soffitto, non l'illuminava in pieno, sulla faccia bruna e barbuta c'era un'ombra. Stava con la faccia un po' in avanti e gli occhi chiusi e rassomigliava al cieco, quando sa d'aver dinanzi a sè qualcuno, gli parla e non lo vede. L'ombra che egli aveva sulla faccia, pareva venir da qualcuno al quale egli parlava. Pareva l'ombra di Dio. I lineamenti eran sempre gli stessi, a taglio di spada per la guerra terrena, ma eran sotto quell'ombra e la faccia pareva accecata. E a chi ricordava il suo occhio di guerra, qualunque cosa il Berènga dicesse a Dio nella sua preghiera, pareva dire: — Ecco, Dio, tu hai voluto punirmi per il mio orgoglio e per la ferocia del mio sangue accecandomi, ed ecco io mi umilio dinanzi a te! — E pareva che quell'uomo pregando patisse indicibilmente.
Quando il Buondelmonti lasciò la villa, qualcosa di nuovo era accaduto dentro di lui. Una voce gli diceva:
— Se non altro per lui, per quell'uomo che ha saputo vincere il suo amore e riprendere il suo lavoro, tu devi fare il tuo dovere. Tu pure devi vincere il tuo amore e lavorare, se non altro perchè non moiano sconosciuti, in esilio questi eroi della tua patria, questi meravigliosi costruttori perfin della loro nuova fede libera e veggente!