Si sentiva dentro di sè una forza nuova, una volontà di vincere il suo amore per il suo dovere. Sino a quel momento aveva anche strenuamente combattuto per le sue idee, ma sempre col piacere che nasce dall'agir secondo i proprii istinti e il proprio carattere, mentre ora per la prima volta sentì dentro di sè il primo svegliarsi d'una coscienza più consapevole e più virtuosa che aveva alcunchè di religioso: si sentì forte della volontà di soffrire per fare il proprio dovere. Tanto su di lui era stato efficace l'esempio del Berènga. E a un tratto in questa nuova disposizione di spirito per la prima volta gli apparve la colpa iniziale del suo viaggio: la sua leggerezza. Egli era venuto in paese d'emigranti, nel paese dove Lorenzo Berènga aveva lottato e sofferto e tanti altri uomini della sua patria avevano lottato e sofferto e fatto tanto; egli vi era venuto non condottovi da un serio proposito di studio e di lavoro, ma per seguire l'invito d'una signora. Era la sua colpa iniziale: egli aveva cominciato com'il giovane signore del frivolo romanzucciaccio borghese. E del resto, anche per l'innanzi, non era stato sempre così? Non era stato anche lui uno schiavo dell'amore? Non s'era compiaciuto dentro di sè delle sue buone fortune d'amore? E tutte le volte che amore era apparso, non gli aveva sempre sacrificato ogni altra cosa? E non era stato anche lui un uomo, un giovane del suo tempo, d'un tempo in cui ognuno è separato dagli altri e chiuso nel suo atomo d'egoismo, nessun grande sentimento e nessuna grande idea essendoci più a formare di tante esistenze una gran vita? Non era stato anche lui l'atomo disperso con la sua cupidigia, con la sua concupiscenza, con la sua cecità? Non era stato anche lui un figliuolo del secolo, frivolo come gli altri? E perciò volendo seguire in America una signora aveva potuto prendere per mero pretesto un disegno di studii nazionali senza neppur accorgersi che offendeva la parte migliore di se medesimo. E perciò tutto quello che ora gli accadeva, se lo meritava. Sentì il rimorso di quello che aveva fatto, e questo rimorso aggiunse nuova forza alla sua volontà. Ripensò a Giovanna e improvvisamente n'ebbe una grande pietà, nè ora la giudicava più male. Ora gli appariva com'una signora che gli aveva fatto quell'invito innocentemente, forse leggermente, ma innocentemente, per semplice simpatia e senza alcun secondo fine. Bisognava lasciarla alla sua pace. Essa era una piccola creatura borghese la quale viveva nella sua ignoranza, senza veder più in là della sua giornata. Bisognava lasciarla alla sua pace.

Il Buondelmonti giunse all'albergo quando già era notte inoltrata. Nel suo salotto trovò un biglietto d'invito degli Axerio. Riconobbe il carattere di Giovanna. Dritto in piedi rimase lungamente con gli occhi fissi sul biglietto aperto e posato sul tavolino, sentendo dentro di sè rinascere la tentazione. La combattè e si disse:

— Mi scuserò gentilmente, ma non andrò.

IV.

Giovanna preparò i fiori nel salotto da pranzo e tornò nel suo salottino da ricevimento e da studio a finir la lettera a Filippo Porrèna. Essa scriveva al Porrèna le sue impressioni e le sue considerazioni sopra un libro francese che quegli le aveva portato a leggere, e mentre scriveva, provava un grande piacere a pensare a lui. Giovanna aveva incominciato a sentire un'inclinazione per Filippo la sera del ricevimento brasiliano, ed ora si trovava in quello stato in cui si trova spesso la donna quando si sente a poco a poco occupare il cuore, nè ancora è sorto in lei il combattimento appassionante fra il suo amore e la sua virtù; era tutta contenta. Così, mentre stava aspettando i suoi invitati, gli scriveva una lunga lettera, e la sostanza e la forma della lettera, se uno fosse stato lì a guardare, le avrebbe potute indovinare dai piccoli gesti che essa interrompendosi di tanto in tanto faceva tra sè e sè, e dalle arie che prendeva la sua faccia e dai sorrisi che vi si succedevano. Essa sorrideva, si sorrideva, si dava un colpetto or qua or là sui capelli per metterli a posto, metteva a posto or questo or quel fiore nel vaso che aveva dinanzi a sè. La sua fronte di tanto in tanto si corrugava e così indicava lo sforzo dell'esprimersi, ma le sue labbra sorridevano sempre e così indicavano che quanto essa voleva esprimere era piacevole. I gomiti appuntati sul tavolino, gli occhi inchinati sul foglio di carta, le palme delle mani che s'accostavano come se volessero mettersi in croce e si discostavano come se volessero battere l'una contro l'altra, la fronte corrugata e le labbra sorridenti, era manifesto che Giovanna cercava le più piacevoli parole per il suo pensiero piacevolissimo. Giovanna nella lettera parlava di sè. Il Porrèna le aveva portato quel libro, un romanzo d'una signora parigina che s'era letto molto qualche anno prima; glie lo aveva portato sostenendo una cosa che a Giovanna faceva un certo piacere e un certo dispiacere insieme: sostenendo che essa e l'eroina del romanzo si rassomigliavano. Il romanzo era d'una rara ingenuità e d'una rara freschezza, era molto parigino per le sue eleganze e per le sue finezze e al tempo stesso passandosi in parte fuori delle mura cittadine, vi spirava un'aura sincera e viva, una vera gioia agreste in cui la bellezza della natura, si rispecchiava limpidamente. L'eroina era una signora giovane, bella, elegante, e soprattutto leggiadra e buona, ma tradiva il marito. Essa, metà parigina come il romanzo e metà agreste, ingenua, fresca e di semplice e delicatissimo spirito, pur riusciva per suo conto senza troppa pena a metter d'accordo due cose che sembrano tanto discordi: tradire il marito e rimaner buona. Rimaner buona cessando d'essere onesta, perchè quando l'onestà è docile e se ne va all'ora sua senza far chiasso, non lascia dietro a sè l'animo guasto! Giovanna non comprendeva la cara creatura, ma l'adorava, tranne per il suo tradimento.

E scriveva appunto al Porrèna per ribattere la sua asserzione, che cioè ella le rassomigliasse: cercava dentro di sè ed esponeva le differenze; ma in così fare sentiva istintivamente le rassomiglianze piacevoli e se ne compiaceva, e perciò le sue labbra sorridevano. Soprattutto Giovanna esponeva le sue idee sul matrimonio e sulla fedeltà coniugale, e così aveva modo di porre in mostra i frutti dell'educazione che aveva ricevuta e della vita che aveva condotta. Prima di maritarsi essa aveva fatto la signorina e dopo essersi maritata aveva fatto la moglie con animo di signorina. Il marito era per lei un uomo col quale aveva certe relazioni non del tutto piacevoli e non del tutto spiacevoli, ma dal quale era sempre distratta, un uomo al quale non pensava, ma del quale se mai si risovveniva di tanto in tanto. Essa sapeva che era un uomo celebre, aveva anche notato che era molto vano; vedeva che spesso la sua lunga barba profetica era scossa dalle parole di civiltà, di progresso, di scienza, d'umanità e d'avvenire, ed aveva anche fatto osservazione che egli dentro le pareti domestiche presentava non di rado un contrasto tra quelle sue parole e certe sue maniere dispotiche, talvolta brutali e persino feroci; ma non l'odiava, nè l'amava. Non l'odiava, perchè non lo aveva mai amato, e non l'aveva amato perchè non ci aveva pensato mai. Nè essa mancava delle dovute cure per il marito, ma non c'era un angolo della sua anima dove il marito fosse qualcosa. Uno solo, quello dove si custodiva una massima che l'educazione le aveva istillata: — Tu non tradirai mai tuo marito! — Tutta la sua educazione molto diligente era stata rivolta a questo: a formare l'anima d'una signorina sempre pronta a diventare una moglie che non avrebbe tradito mai suo marito. Per il resto, educazione era pari a disoccupazione. L'educazione e la disoccupazione e un'intelligenza sveglia congiunta con un'indole allegra avevano fatto di Giovanna una signorina spigliata e molto morale. Tu non tradirai mai tuo marito! Con questa massima, che per soprammercato le era sempre stata istillata sotto velo, da nessuno come da tutti, era andata a nozze e l'aveva avuta per dote spirituale: una dote spirituale e una dote in pecunia, perfetta creatura di quel mondo borghese che i suoi affari ha bene accomodati: la morale e l'economia. E quella massima generica era scritta in quella parte del cuore dove avrebbe dovuto esservi il preciso pensiero di quel preciso uomo, il marito. Per parte sua Giovanna, in quella comune composizione d'un'epoca e d'una società qual era l'esser suo, portava la sua incomparabile leggiadrìa, la sua gioia, la sua sincerità, la sua innocenza tutta olezzante ancora d'infanzia quale le traspariva dagli occhi. L'epoca, la società, la disoccupazione, l'educazione, la famiglia, anzi le tre famiglie, del padre, della madre, e del padre e della madre insieme, tutte e tre di professionisti emigrati di campagna in città e arricchiti da una generazione soltanto, avevano fatto il possibile per ricavare da Giovanna una creatura comune. Essa non era riuscita così.

Continuava a scrivere. Sentì nella stanza attigua il marito. Non le passò nemmen per la mente di nasconder la lettera. Si ricordò invece del Buondelmonti che doveva giungere di lì a poco, perchè il marito glie lo aveva fatto invitare perchè bene accetto alla colonia, e le si risvegliò il rancore che gli portava da molti giorni. Che credeva egli, che aveva creduto? Che davvero lo avesse tratto a seguirla a Rio de Janeiro per diventare la sua amante? Eppure aveva creduto questo, ed essa se ne sentiva profondamente offesa. Fin dalla mattina dopo quella notte che eran rimasti troppo a lungo sul ponte e in troppa solitudine, Giovanna s'era accorta che il Buondelmonti aveva l'aria di contare per il loro arrivo a Rio de Janeiro sopra l'adempimento d'un patto, sul saldo d'un debito da parte sua; e sin da quella mattina nel cuore di Giovanna era nato il rancore contro il Buondelmonti ed era andato sempre crescendo, tranne pochi momenti di sosta, fino allo sbarco, dallo sbarco al ricevimento brasiliano, da questo alla visita che colui le aveva fatta. E tutto ciò che Giovanna aveva prima pensato del Buondelmonti, tutto ciò che aveva sentito per esso dagli anni lontani di Firenze al loro ultimo incontro di Roma, da questo al viaggio sull'«Atlantide», tutto s'era mutato in rancore che glie lo rendeva insopportabile. Non soltanto la morale dell'educazione aveva il Buondelmonti offeso in Giovanna, ma anche qualche cosa di molto più forte e profondo in lei e tante cose delicate; il senso della sua libertà, la sua dignità, il suo pudore di donna e soprattutto una rettitudine ed un'ostinazione di rettitudine di natura campagnuola che le proveniva da' suoi consanguinei avanti che emigrassero in città.

Giovanna sentì battere le ore, pensò che di lì a poco sarebbe giunto anche Filippo. Si rammentò del breve dialogo che essa aveva avuto a bordo col Buondelmonti, quando costui le aveva fatto capire che lo vedeva di mal'occhio. Da quel momento essa aveva cominciato a riguardarlo con una nuova curiosità. Ora pensò che di lì a poco Filippo e il Buondelmonti si sarebbero ritrovati accanto a lei alla stessa tavola.

Ad un tratto sentì un passo fuori, riconobbe il Buondelmonti, lo sentì entrare nello studio del marito: fu tale il moto di rancore, che non lo potè vincere e corse a rifugiarsi in camera sua.