A tavola Piero stava attento a Giovanna ed al Porrèna. Piero li ritrovava tutti e due quali li aveva lasciati al ricevimento brasiliano: legati fra loro da un'intimità allegra. Era pur sempre la coppia cittadina tutta frivolezze e brio. Il Porrèna esponeva qualcosa e Giovanna lo contradiceva, ma il loro battibeccarsi faceva anche più risaltare il piacere che l'un l'altra si davano con la loro intimità. Essendo caduta la conversazione su Parigi, da cui uno dei convitati, direttore del «Giornale del Congresso» di Rio de Janeiro, era tornato da poco, il Porrèna che vi aveva molto abitato, di discorso in discorso era venuto al celebrar la virtù delle signore parigine, e Giovanna ridendo e alludendo al libro finito di leggere il giorno stesso, a ripetere che conosceva bene quella virtù e ad osservare che il romanzo e il teatro parlavan chiaro, e il Porrèna a sostenere che il romanzo e il teatro di Parigi eran fatti per gli stranieri e quali li volevano gli stranieri più corrotti dei parigini. Il direttore del «Giornale del Congresso» disse che egli pure doveva riconoscere alla donna francese, se non la virtù, molte virtù domestiche: che sapeva come nessuna altra donna al mondo tenere una casa, aveva l'amore del risparmio ed una virtù più rara ancora: sapeva spender bene e figurar con poco. L'Axerio, quantunque ignorante di tutto questo, dichiarò che era vero e scosse più volte la barba per punteggiar l'assentimento, perchè voleva ingrazionirsi il direttore del maggior giornale della città. E un altro commensale, direttore d'un giornale italiano, fu dello stesso avviso, e l'Axerio volgendosi anche verso di lui assentì di nuovo e scosse di nuovo la barba, perchè voleva tenersi cara la stampa per averne molte lodi quell'anno che avrebbe passato nel Brasile. Piero disse qualcosa sulla donna e sul popolo della provincia francese, raccontando d'un breve viaggio che aveva fatto nell'interno della Francia un anno prima. Egli parlava con calma, con un aspetto di pensosa serietà, descrivendo il serpeggiare della Senna per la regione da lui percorsa, le isolette arboree che essa forma nel suo cammino, le linee larghe dell'orizzonte, le selve più cupe che in Italia e soprattutto i villaggi deserti nell'ora del lavoro. Quivi, nelle strade senza oziosi, nelle piccole case dai colori vivaci, dalle porte e dalle finestre serrate e colle tendine ricamate e tutte linde alle finestre; nel bel modo di tenere i fiori e le piante e specialmente nelle piccole chiese gotiche che ogni villaggio aveva, tutte linde e deserte anch'esse nell'ora del lavoro, egli pure aveva scorto le virtù domestiche del popolo francese lungi da Parigi: amore del lavoro appunto, dell'ordine, del risparmio, d'una certa sobria e delicata signorilità. Quando Piero cessò di parlare, s'accorse d'aver parlato troppo a lungo. Tutti avevan taciuto e l'avevan ascoltato per educazione, ma quando si tacque, sentì intorno a sè un silenzio glaciale. E subito il Porrèna disse una qualunque facezia, tutti risero in coro e Giovanna rise più forte di tutti. Ma il Buondelmonti sentì sferzarsi la faccia da quelle risa, provò lo stesso che se i commensali si fossero burlati di lui, e la gola gli si serrò a qualunque parola. Gli pareva che qualunque sua parola sarebbe caduta di nuovo nel silenzio e che perfino i suoi gesti fossero falsi e goffi. Dall'ombra della chioma levò sul Porrèna gli occhi invidiosi e vide che le due rughe sul naso gli mandavan saette, e avrebbe voluto esser come lui. A momenti lo disprezzava, sentiva in lui un avversario come sempre l'aveva sentito nell'Axerio: tutti e due suoi avversarii contemporanei, l'Axerio, la bocca de' luoghi comuni, e il Porrèna, il frivolo prodotto dell'ozio borghese. Ma a momenti si posponeva a lui e diceva a se medesimo dentro di sè: — Vorrei esser come lui! — E così si rinnegava. E questo accadeva perchè la sera che era tornato dalla villa del Berènga e aveva trovato l'invito degli Axerio, aveva detto: — Non andrò! — E per un giorno intero aveva lottato, ma poi aveva scritto agli Axerio per ringraziare accettando, e ora poi trascinato dalla sua viltà scendeva sempre più giù, rinnegava la sua nobile coscienza e si posponeva a un uomo che diceva facezie. A un tratto la voce del Porrèna gli ferì le orecchie:
— Signor Buondelmonti! Decida Lei tra la signora e me....
Ma Giovanna, come se il Buondelmonti non esistesse, interruppe:
— La signora dice che Lei al solito vede sempre il male anche dove non c'è.
— No, Giovanna! — volle corregger l'Axerio rivolgendosi complimentosamente verso il Porrèna. — Questo nostro amico vede soltanto il lato comico delle cose.
— Altro che il comico! — ribattè al marito Giovanna. — Il cattivo! Conosco il mio signor Porrèna dell'«Atlantide»! Mi ricordo il povero morticino che prendeva latte quel giorno del ferimento!
E Giovanna fece per voltarsi verso Piero, ma abbozzando questi un sorriso, subito si voltò dall'altra parte. Filippo riprese:
— Non è colpa mia se anche la bontà ha molti lati cattivi e la serietà molti lati comici.
L'Axerio, non considerando quello che diceva, ma volendo ostentare al giovane simpatia, perchè aveva sentito dire che era molto ricco, figlio unico di banchieri italiani di Rio de Janeiro, ribadì:
— Specialmente la serietà qualche lato comico.