— Rio de Janeiro!
E Piero si ricordò e tremando disse il nome di lei:
— Giovanna!
V.
Lorenzo Berènga andava avanti e lo seguivano gli Axerio, il Buondelmonti, qualche altro italiano e i brasiliani Quirino Honorio do Amaral e Gonçalo da Paiva, un redattore del «Giornale del Congresso», con un lungo capo calvo sino alla cuticagna e due occhietti vispi così neri e vivi che parevano perforargli l'osso polito del cranio. Il Berènga camminava un po' curvo alla maniera de' campagnuoli e mostrava l'opera sua con franca compiacenza com'è proprio degli uomini che son venuti su dal nulla e non hanno avuto tempo d'imparare la virtù cittadina della falsa modestia. Egli mostrava l'edifizio di stanza in stanza e passando dava un'occhiata agli operai che c'erano ancora, chi a mettere gli affissi, chi a rifinire i pavimenti e chi a dipingere; si soffermava or dinanzi agli uni or dinanzi agli altri, prendeva notizie e impartiva ordini. E le sue parole eran secche e soldatesche, con un che di cordialità sotto la durezza.
Piero disse a Giovanna:
— Guardi le sue mani.
Giovanna guardò il Berènga nel momento che questi per insegnare ad un operaio che cosa doveva fare, andava con l'unghia del pollice tirando linee su e giù sopra un affisso. La sua mano portava la testimonianza delle due vite, era operaia e signorile, formidabile e bellissima: larga, quadrata, massiccia d'ossa, travagliata di muscoli, coperta d'aspro vello, bruna sul dorso e bianca la palma, come quella dei negri, tenuta con cura e linda.
I visitatori salirono dal primo al secondo e poi agli altri piani finchè riuscirono sulla cupola del palazzo dalla quale videro Rio de Janeiro su tutte le colline e tutte le isole. Quirino Honorio do Amaral vibrando gli orecchi verso il cielo, impetuosamente nominò a Piero e a Giovanna le colline, le isole e le spiagge. Ecco il Morro do Castello ed ecco il Morro da Gloria e Sant'Anna, Santa Teresa, e sopra Santa Teresa il Corcovado e poi le foreste della Tijuca e il Morro do Pinto e il Morro da Conceiçâo, e distese di case di colori crudi e il cupo della vegetazione e la terra nuda del color del sangue e giardini e ville. Ed ecco la Serra degli Organi col Dito di Dio. Ecco la spiaggia bassa d'Icarahy dov'è la città di Nicteroy ed ecco le isole Das Enxadas, Das Cobras, Do Vianna e la leggiadrissima isola Fiscal e l'isola del Buon Viaggio che s'alza in forma di mammella verso l'imboccatura del porto. Ed ecco a guardia dell'imboccatura l'erto Pan di Zucchero e di contro il Morro do Picco. Quirino e Gonçalo accennavano via via che nominavano; Quirino dava tutta l'anima sua con la sua parola e anche Gonçalo aveva il cuore gonfio di contentezza e gli occhietti più vivi gli perforavano di più il cranio polito, perchè la loro città era bella. E intanto il Berènga all'Axerio faceva la storia della nuova Avenida Central che correva a piè del palazzo. Poi Gonçalo e Quirino si misero a discutere fra loro per precisare i nomi di certe cime della Serra degli Organi verso il Dito di Dio, e Giovanna e Piero guardavano il mare e il cielo. A sinistra per tutto il bell'arco dal Pan di Zucchero a Nicteroy l'orizzonte era senza nube e luminoso. Dinanzi ai loro occhi lo strambo Corcovado si erigeva nella luce. Ma verso la Serra degli Organi il cielo era come un antro cupo di nubi tempestose e sotto, la laguna stagnante mandava lucori tetri. Giovanna disse a Piero:
— Si è tanto in alto!