— L'anno prossimo farò il viaggio d'Italia!
E il furor lirico già portava via verso l'Italia l'anima del mirabile giovinetto.
Giovanna era rapita in Piero e questi ebbro d'amore dentro di sè le parlava dicendole:
— Cara, vorrei creare il mondo sotto i tuoi occhi.
E nelle prime ore di notte di quel medesimo giorno Giovanna stava alla finestra della sua villa a Santa Teresa e guardava i lumi sparsi per il colle, perchè Piero le aveva aperti gli occhi dinanzi alla bellezza della città ed ora soltanto anche essa vedeva. Erano i lumi delle altre ville e dei sentieri e giungevano fino a lei da vicino e da lontano piccoli piccoli attraverso le chiome delle palme ed i giardini. Erano lumicini radi e leggiadramente furtivi nel buio tra le foglie e i rami tanto che a Giovanna parevano accesi per un giuoco da un popolo di fanciulli che poi si fossero nascosti. E sentiva una grande allegrezza nell'anima sua a vederli così, quella donna giovinetta. Qua e là biancicavano casipole e tronchi di palme. E poi giù nel piano c'era un cielo tutto tempestato di stelle, e poi un altro e poi un altro più lontano ancora, ed erano i quartieri della città, e poi altri lumi sparsi ed erano le isole della baia, e poi altri lumi su su ed erano gli altri colli. E dal mezzo della città saliva come un albore rassomigliante a quello della Via Lattea, e quando Giovanna levava gli occhi verso il vero cielo non vedeva più le vere stelle. Ma soprattutto tornava a guardare i lumicini del colle e rivedeva con gli occhi della mente le palme solitarie sino ai confini del mare, mentre tutto il mondo dormiva. Nè un rumore giungeva dalla città, nè dal mare, nè dal colle, nè dagli altri colli. Giovanna pensava a Piero.
Poi a poco a poco la pena s'impadronì di Giovanna perchè pensava a Piero che l'aveva invitata a far una passeggiata con lui la mattina dopo ed essa aveva detto di sì. Pensava che ora non era come quando andava per la città con quel tal signor Porrèna, e si pentiva d'aver detto di sì. Il marito a tavola le aveva parlato male di Piero perchè gli era rinata l'ostilità che aveva nel sangue contro di lui: le aveva detto che in fondo era un uomo mediocre pieno di boria, che aveva una gran confusione nel cervello, che apparteneva ad altri tempi, che era un superuomo insomma, perchè superuomo era per il professor Axerio un tipo d'uomo che non possedeva affatto le tre virtù che il professor Axerio riconosceva a se medesimo in sommo grado: il buon senso borghese, l'animo buono e la modestia. Erano le virtù degli umili e perciò il professor Axerio poteva attribuirsele senza offenderne una delle tre, la modestia; ed erano anche di prima necessità per il viver civile e perciò il professor Axerio contro coloro che non le possedevano, contro i superuomini, com'ei li chiamava nella sua sprezzante ignoranza, si mostrava inesorabile. Così quella sera, durante il desinare in compagnia della moglie, era tornato a mordere il Buondelmonti, perchè poche ore prima sull'alta cupola era tornato chissà perchè a rivedere in lui un superuomo, vale a dire un nemico della sua stessa persona adorna delle tre virtù. E avendo Giovanna osato di difenderlo, il professor Axerio le aveva dato di sciocca, lampeggiando odio dagli occhi e dalla barba tutt'irritata. In quei momenti essa aveva risentito piacere di aver detto di sì a Piero; ma ora, sola con se medesima, se ne pentiva. Il marito s'era ritirato presto in camera sua; per le stanze piccole e leggiere della villa solo qualche passo di servitore rompeva di tanto in tanto il silenzio. Giovanna stava alla finestra, dimentica del sonno, e per distrarsi si sforzava di guardare i cieli della città e di seguire certe combinazioni di luci che parevano vere e proprie figure di costellazioni. Ma non poteva distrarsi, Piero riappariva e l'animo le ripeteva la domanda netta:
— Andrai o non andrai domani mattina con lui?
E sotto di questa le si presentava la domanda più grave:
— Sarai o non sarai la sua amante?